Due nane rosse osservate nella Via Lattea sembravano emettere una quantità sproporzionata di radiazione infrarossa, la firma termica che il fisico Freeman Dyson ipotizzò nel 1960 per identificare eventuali megastrutture aliene costruite attorno alle stelle per catturarne l’energia. Il Progetto Hephaistos, guidato dall’astrofisico Erik Zackrisson dell’Università di Uppsala in Svezia, aveva setacciato circa cinque milioni di stelle della nostra galassia proprio a caccia di questo calore di scarto, isolando sette candidati particolarmente promettenti. L’attenzione degli astronomi si era concentrata su due di essi, identificati come Candidato D e Candidato E, il cui surplus infrarosso appariva privo di spiegazioni astrofisiche evidenti.
Puntando verso queste stelle lo strumento MIRI (Mid-Infrared Instrument) del telescopio spaziale James Webb, un team internazionale di ricerca ha risolto l’enigma mostrando un’illusione ottica di proporzioni cosmiche. I dati ad alta risoluzione angolare del James Webb hanno rivelato che l’eccesso di calore non proviene dall’ambiente circostante le due nane rosse, bensì da galassie estremamente distanti e ricche di polveri, proiettate per un puro caso di allineamento prospettico a meno di un secondo d’arco dietro le stelle in primo piano.
Le misurazioni del precedente telescopio spaziale WISE, limitate da una risoluzione inferiore, avevano sovrapposto la luce della stella con quella dell’oggetto sottostante, fondendo i due segnali in una sola sorgente apparentemente anomala. Nel caso del Candidato D, l’osservazione dello spettro infrarosso ha individuato una rara galassia di tipo Hot DOG (Hot Dust Obscured Galaxy) situata a un redshift z attorno a 0,9, il cui buco nero supermassiccio centrale scalda enormi nubi di polvere circostante. Dietro il Candidato E si nascondeva invece una galassia a starburst a redshift z di circa 0,4, caratterizzata da una frenetica formazione di nuovi astri che genera un’intensa radiazione nell’infrarosso medio.
Come evidenziato dall’astrofisica Olivia Curtis della Pennsylvania State University, coautrice dell’analisi, l’indagine ha dimostrato come la natura possa simulare con straordinaria precisione le firme tecnologiche cercate dai ricercatori. Pur avendo smentito la presenza di ingegneria aliena attorno a questi due sistemi, il test condotto con il James Webb ha fornito il primo protocollo metodologico completo — dalle indagini a tutto cielo fino alla spettroscopia nello spazio — per riconoscere ed eliminare questi rari falsi positivi nelle prossime campagne di ricerca di tecnofirme nell’universo.

