Quando gli archeologi marittimi hanno fatto scorrere le prime telecamere all’interno dello scafo in ferro del sommergibile confederato H.L. Hunley, riemerso dalle acque di Charleston dopo oltre un secolo, si aspettavano la solita macabra scena dei disastri navali: scheletri ammucchiati vicino ai boccaporti d’uscita nel tentativo disperato di sfuggire all’annegamento. Invece, i resti del luogotenente George E. Dixon e dei suoi sette uomini si trovavano ancora compostamente allineati lungo l’asse della panca in legno, ciascuno davanti alla propria manovella d’acciaio, esattamente nella posizione di navigazione.
Il sommergibile era finito sul fondo della baia della Carolina del Sud la notte del 17 febbraio 1864, subito dopo aver affondato la nave da guerra dell’Unione USS Housatonic. Il successo militare costò la vita all’intero equipaggio, ma il posizionamento dei corpi suggeriva che i marinai non avessero nemmeno fatto in tempo a rendersi conto di quello che stava accadendo.
Localizzato nel 1995 da una spedizione guidata dall’archeologo Ralph Wilbanks insieme alla National Underwater and Marine Agency fondata dallo scrittore Clive Cussler, lo scafo è stato riportato in superficie cinque anni dopo. Da quel momento la dinamica dell’incidente ha aperto un dibattito scientifico rimasto a lungo privo di risposte certe. L’arma impiegata per l’attacco non era un siluro moderno sparato a distanza, bensì una carica di 135 libbre di polvere nera fissata all’estremità di un’asta di rame lunga circa cinque metri, montata sulla prua dello stesso Hunley.
Un’indagine condotta dalla ricercatrice Rachel M. Lance insieme al team della Duke University e pubblicata nel 2017 sulla rivista PLOS One ha provato a chiarire il mistero mediante test condotti su un modello in scala ridotta. I calcoli e le simulazioni delle onde d’urto sottomarine hanno mostrato come la deflagrazione contro la chiglia della Housatonic abbia generato un’onda di pressione secondaria capace di trasmettersi direttamente attraverso lo scafo metallico del sommergibile. La sollecitazione fisica sui polmoni degli occupanti avrebbe azzerato le possibilità di sopravvivenza, provocando la morte immediata dei marinai prima ancora che l’acqua potesse allagare la camera di manovra.
La Marina statunitense e gli enti responsabili della conservazione della nave presso il Warren Lasch Conservation Center di North Charleston non hanno tuttavia adottato ufficialmente la teoria del trauma da blast come causa definitiva del decesso. L’imbarcazione resta immersa nelle vasche di trattamento per consentire ulteriori analisi sui sedimenti, lasciando aperto il fascicolo su uno dei primissimi episodi della guerra sottomarina moderna.

