Un volto ricostruito digitalmente a partire da fossili marocchini mostra come poteva apparire un Homo sapiens vissuto circa 315.000 anni fa. La ricostruzione presenta tratti robusti e una mandibola sporgente, ma, secondo il designer 3D Cícero Moraes, l’individuo «potrebbe passare inosservato in mezzo alla folla»; a uno sguardo più attento, però, si noterebbero le caratteristiche che lo distinguono.
La storia dei fossili comincia nei primi anni Sessanta, quando un operaio impegnato nell’estrazione di minerali a Jebel Irhoud scoprì un cranio. In un primo momento gli scienziati lo attribuirono a un Neanderthal africano vissuto circa 40.000 anni fa. Gli scavi successivi portarono alla luce altri resti umani e utensili di pietra, spingendo i ricercatori a rivedere sia l’identificazione dei reperti sia la loro età.

Cícero Moraes
Nel 2017, due studi conclusero che i resti appartenevano ai primi membri conosciuti della nostra specie, Homo sapiens. Le analisi collocarono lo strato archeologico che li conteneva a circa 315.000 anni fa, con un margine d’incertezza di circa 34.000 anni. La scoperta arretrò di circa 100.000 anni la storia conosciuta della nostra specie e rese i fossili di Jebel Irhoud i più antichi resti di Homo sapiens finora rinvenuti.

Cícero Moraes
Per ricostruire il volto, gli scienziati del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology avevano prima combinato diversi fossili, ottenendo un modello digitale più completo del cranio. La maggior parte della scatola cranica e della parte superiore del volto deriva dal reperto noto come Irhoud 1; la mandibola e i denti, invece, provengono da altri resti trovati nello stesso strato. Il volto ricostruito, quindi, non è il ritratto esatto di una singola persona.

Philipp Gunz, MPI EVA Leipzig / CC BY-SA 2.0
Moraes ha giudicato convincente l’abbinamento dei reperti: «La mandibola e i denti, che appartengono a un altro individuo, si adattano sorprendentemente bene». E ha aggiunto: «Pertanto, anche se venisse ritrovata la mandibola originale, è molto probabile che il cranio non differirebbe dalla configurazione attuale».
Il suo team ha ricavato un modello tridimensionale del cranio composito da immagini e video diffusi insieme alla ricerca del 2017. Ha estratto fotogrammi e sovrapposto diverse inquadrature per calcolare la forma del cranio, verificandone poi la scala con le misurazioni pubblicate.
Per stimare i tessuti del volto, i ricercatori hanno utilizzato la tomografia computerizzata di un adulto moderno anonimo, che mostrava il cranio e i tessuti circostanti. Al computer, hanno rimodellato il cranio del donatore per adattarlo a quello antico; i tessuti facciali si sono modificati di conseguenza, offrendo un punto di partenza per la ricostruzione. Le misurazioni dello spessore dei tessuti raccolte su persone viventi hanno contribuito a perfezionare il risultato, realizzato con il programma gratuito e open source Blender e gli strumenti OrtogOnBlender.
Il metodo di deformazione anatomica non è stato sviluppato appositamente per questo caso: è stato messo a punto e testato almeno dal 2013. La ricostruzione è guidata soprattutto dalle ossa, ma pelle e muscoli non si sono conservati. Per stimare i tessuti molli è quindi necessario ricorrere a dati raccolti su esseri umani moderni: un sostituto utile, che non implica che l’anatomia antica e quella attuale fossero identiche.
I ricercatori hanno anche controllato le dimensioni interne del modello. La cavità cranica misurava 1.364 millilitri, un valore vicino alla stima precedente di 1.375 millilitri, ottenuta dai dati tomografici del fossile. La corrispondenza sostiene le proporzioni del modello del cranio, ma non dimostra quanto fedelmente sia stato ricostruito il volto.
Le immagini finali comprendono versioni in scala di grigi, senza capelli, e una ricostruzione a colori con pelle pigmentata, capelli e barba. «Quanto alla soggettività, è corretto dire che l’immagine a colori, completa di barba, è la versione più artistica e contiene meno elementi scientificamente solidi», ha spiegato Moraes. Questi dettagli, infatti, non sono ricavabili direttamente dai fossili. Le immagini in scala di grigi li escludono per permettere di concentrarsi sulla forma stimata del volto.
Le analisi precedenti avevano descritto un volto dall’aspetto moderno accanto a una scatola cranica dall’aspetto arcaico, suggerendo che i tratti degli esseri umani attuali si siano sviluppati in momenti diversi. Per Moraes, uno dei passaggi più emozionanti del lavoro arriva prima degli ultimi ritocchi, quando «i tratti fondamentali emergono per la prima volta sullo schermo del computer». La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Heritage.
Fonte: sciencealert.com


