Fissare una parola nota fino a vederla sgretolarsi in un insieme privo di significato ha un nome preciso nella neuropsicologia: jamais vu. L’opposto speculare del déjà vu — la sensazione che un elemento del tutto familiare sia improvvisamente estraneo — è stato mappato nei suoi meccanismi di innesco dal neuropsicologo Akira O’Connor dell’Università di St Andrews e dal cognitivista Chris Moulin dell’Université Grenoble Alpes.
L’esperienza riguarda la perdita temporanea del senso di familiarità.
Nel 2023 i due ricercatori hanno ottenuto il premio Ig Nobel per essere riusciti a riprodurre il fenomeno in laboratorio attraverso un metodo essenziale. A un campione di 94 studenti universitari è stato chiesto di trascrivere ripetutamente la stessa parola — da termini comuni come door a vocaboli più rari come sward — interrompendosi non appena il testo avesse iniziato a sembrare errato o privo di senso. Circa il 70% dei partecipanti ha riscontrato l’effetto dopo un minuto o una media di 33 ripetizioni. In una variante incentrata esclusivamente sull’articolo the, il 55% dei soggetti ha interrotto la scrittura dopo 27 iterazioni, descrivendo la percezione di un segno grafico artefatto o il progressivo scollamento tra la forma scritta e la sua funzione.
Un’intuizione sperimentale che vantava già un precedente storico rimasto a lungo nell’ombra.
Già nel 1907, la psicologa Margaret Floy Washburn e la ricercatrice Elizabeth Severance avevano documentato la perdita di potenziale associativo delle parole a seguito di una fissazione prolungata di circa tre minuti. Questo processo, noto come sazietà cognitiva, è stato tradizionalmente interpretato come un blocco top-down, un sovraccarico nei sistemi di elaborazione del linguaggio e dei significati situati ai livelli superiori della gerarchia cerebrale.
Un’analisi pubblicata nel 2024 sulla rivista Communications Biology ha ricalibrato la natura del processo. Attraverso un modello di apprendimento profondo progettato per simulare la corteccia visiva primaria — l’area responsabile della decodifica delle forme grezze prima dell’attribuzione semantica — i ricercatori hanno osservato il comportamento del sistema di fronte a pattern visivi ripetuti. L’accuratezza di classificazione del modello ha mostrato un incremento iniziale, seguito da un picco e da un calo prestazionale dovuto alla sola esposizione continua. Il dato suggerisce che la sazietà sia un meccanismo bottom-up: l’incapacità di riconoscere un elemento non parte da un fallimento del senso, ma dal graduale cedimento del sistema visivo di base.
La percezione dell’alienazione precede la comprensione del significato.
La suscettibilità a questo cortocircuito non è uniforme nella popolazione. Un’indagine del 2023 ha evidenziato come gli adulti più anziani mostrino una resistenza maggiore alla sazietà percettiva rispetto ai soggetti giovani. Sul fronte patologico, il jamais vu si manifesta come aura nei pazienti affetti da epilessia del lobo temporale, traducendosi in improvvise ondate di estraneità verso ambienti o volti noti. Nel disturbo ossessivo-compulsivo, la ripetizione dei controlli — come il verificare più volte la chiusura di una porta — innesca la medesima saturazione: l’oggetto perde la sua qualità di “verificato”, alimentando la necessità di ulteriori controlli.
In termini operativi, quando una parola o un oggetto di uso quotidiano appare improvvisamente assurdo, il cervello non sta smarrendo la memoria. Sta semplicemente spegnendo per un istante i sensori visivi saturi prima di poterne rielaborare la forma.

