Il 6,3% dei campioni fecali di gatti domestici analizzati negli Stati Uniti e in Canada conteneva il parassita Giardia duodenalis: circa un campione ogni 16. Tra quelli positivi, il 18,5% ospitava gruppi del protozoo potenzialmente trasmissibili alle persone. È quanto emerge dalla più ampia indagine finora condotta sulla diffusione di G. duodenalis nei gatti domestici del Nord America, pubblicata sulla rivista PLOS One.
Lo studio è stato guidato dalla veterinaria Margaret Wingerd, prima autrice e ricercatrice al VCA SouthPaws Veterinary Specialists & Emergency Center di Fairfax, in Virginia. Il gruppo ha esaminato oltre 157.000 campioni di feci raccolti da gatti negli Stati Uniti e in Canada, cercando il parassita con test PCR, una tecnica che rileva il materiale genetico di un organismo.
G. duodenalis è un protozoo, cioè un microrganismo formato da una sola cellula. Molte infezioni non causano sintomi, ma il parassita può provocare la giardiasi sia negli animali sia negli esseri umani. La malattia può causare diarrea, dolori addominali e debolezza; negli animali può anche ostacolare la crescita (failure to grow in animals).

CDC/Mahmud Tari/Wikimedia Commons
I ricercatori hanno rilevato il parassita in 9.962 campioni, pari al 6,3% del totale. In 1.840 campioni positivi, il 18,5%, erano presenti i gruppi A o B, considerati potenzialmente trasmissibili all’uomo. Nel complesso, quindi, i campioni con varianti potenzialmente in grado di infettare le persone rappresentavano circa l’1,2% di tutti quelli analizzati.
L’analisi ha evidenziato differenze in base all’età e al sesso. I maschi risultavano leggermente più spesso positivi delle femmine, mentre i gatti giovani erano più esposti rispetto a quelli anziani. Nei gattini il tasso di positività era del 10,7%, contro l’1,3% nei gatti di almeno 10 anni. I gattini avevano anche la quota più alta di positività ai gruppi A e B: il 19,9%. Tra i gatti adulti, quelli non sterilizzati risultavano più spesso portatori del parassita rispetto a quelli sterilizzati; nei gattini, invece, è stata osservata la tendenza opposta.
Gli autori ipotizzano che le differenze tra maschi e femmine e tra animali sterilizzati e non sterilizzati possano dipendere dall’esposizione: per esempio, dalle condizioni di vita in casa o all’aperto e dalla tendenza ad allontanarsi. Potrebbero contribuire anche differenze nella risposta immunitaria. La minore frequenza di infezione nei gatti anziani, a sua volta, potrebbe riflettere un’immunità acquisita nel tempo oppure una diversa esposizione legata alle abitudini e al livello di attività. Lo studio, tuttavia, non dimostra che questi fattori siano la causa delle differenze osservate.
Anche la distribuzione geografica e la stagione erano associate a variazioni nei risultati. Nel Midwest degli Stati Uniti si è registrato il tasso complessivo di rilevamento più alto, pari al 7,8%. Nel Nord-Est, invece, tra i campioni positivi si è osservata la quota maggiore di gruppi potenzialmente trasmissibili all’uomo: il 21,6%. In estate il tasso di rilevamento era del 4,6%, significativamente inferiore all’8,1% registrato in inverno.
«Le cisti di G. duodenalis possono sopravvivere a lungo in ambienti freschi e umidi», scrivono i ricercatori. «Questo potrebbe spiegare il tasso di infezione generalmente più basso in estate, una stagione che tende a essere calda e secca, condizioni in cui è meno probabile che le cisti sopravvivano».
Gli autori invitano alla prudenza e a monitorare la diffusione del parassita, che può infettare numerosi ospiti, comprese persone e animali. «In base ai nostri risultati, circa il 18 per cento dei gatti negli Stati Uniti e in Canada infettati da G. duodenalis presenta gruppi potenzialmente trasmissibili all’uomo», scrivono gli autori dello studio. «Ciò sottolinea la necessità di eseguire regolarmente esami delle feci nei gatti domestici, soprattutto in quelli più esposti al rischio di infezione da G. duodenalis o che vivono in famiglie con bambini piccoli, anziani e persone immunocompromesse».



