Una fitta rete di cerchi concentrici, linee radiali che intersecano lo spazio roccioso e geometriche disposizioni di blocchi di basalto tagliano la desolazione lavica dell’Harrat ash-Shaam, il deserto nero che si estende dalla Siria fino all’Arabia Saudita. Viste da terra, queste strutture sembrano poco più che muretti a secco diroccati e caotici, accumuli di pietre alti meno di un metro che quasi scompaiono nel paesaggio. Dall’alto, assumono invece la precisione millimetrica di colossali geometrie impresse sulla Terra: sono le cosiddette “Ruote” (Wheels) della Giordania, manufatti millenari la cui estensione complessiva supera per densità e numero le più celebri Linee di Nazca in Perù.
A mappare sistematicamente questa sconfinata costellazione archeologica è stato un programma di ricognizione aerea coordinato da David Kennedy, professore di archeologia classica e antica presso la University of Western Australia. Sfruttando la fotografia aerea d’alta quota e le immagini satellitari, il team di Kennedy ha censito migliaia di strutture solo nel territorio giordano, concentrate in particolare intorno all’Oasi di Azraq. I diametri di queste formazioni variano dai 25 ai 70 metri, configurando una tipologia costruttiva definita formalmente dagli scienziati come “strutture circolari in pietra con divisioni interne”.
La cronologia e la funzione esatta di questi monumenti rimangono parzialmente avvolte nel mistero, a causa delle pochissime campagne di scavo effettuate sul campo. I primi riscontri cronometrici assoluti sono arrivati da uno studio condotto nella regione dei Wisad Pools mediante la tecnica della luminescenza stimolata otticamente (OSL), che permette di stabilire quando i sedimenti minerali sono stati esposti alla luce solare per l’ultima volta. I dati indicano che alcune ruote risalgono alla tarda preistoria, con una datazione stimata ad almeno 2.000 anni fa, sebbene diverse strutture contigue potrebbero essere ancora più antiche, risalenti al Neolitico.
La morfologia di questi complessi ha alimentato a lungo il dibattito accademico. Le ruote presentano quasi sempre un perno centrale dal quale si diramano muri radiali simili a raggi, talvolta intervallati da pilastri di pietra o piccole camere circolari (cairns). Gli archeologi hanno escluso l’ipotesi che potessero fungere da recinti per il bestiame: i muri originari erano troppo bassi per trattenere gli animali, non presentavano aperture o varchi d’accesso pratici e la geometrica simmetria dei raggi interni avrebbe frammentato lo spazio in modo del tutto inefficiente per una mandria.
Il deserto nero della Giordania non ospita solo le ruote. Nel medesimo panorama archeologico si inseriscono i “Kites” (aquiloni), colossali imbuti di pietra lunghi centinaia di metri utilizzati dalle comunità preistoriche come trappole di massa per convogliare e massacrare i branchi di gazzelle. Dal momento che alcune ruote risultano edificate sopra i resti e le code dei “kites” — e mai il contrario —, gli archeologi hanno la certezza stratigrafica che le strutture circolari rappresentino una fase insediativa o rituale successiva.
In parole povere, i cacciatori e i pastori dell’antichità hanno speso generose quantità di energia per incastrare enormi pietre vulcaniche in complessi disegni geometrici che potevano essere apprezzati appieno soltanto dal cielo. Poiché i raggi di queste grandi ruote non risultano allineati con costellazioni o fenomeni astronomici precisi, l’ipotesi più accreditata è che si trattasse di spazi legati al culto dei defunti, a pratiche rituali collettive o a confini territoriali simbolici voluti dalle tribù nomadi.
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