Tra il 2020 e il 2024, le nuove diagnosi di autismo registrate ogni anno per le adolescenti statunitensi sono cresciute del 22 per cento. Nello stesso arco di tempo, i numeri relativi ai maschi sono rimasti stabili o sono persino diminuiti. Il dato emerge da un’indagine della Saint Louis University pubblicata su JAMA Network Open, che ha analizzato la cartella clinica elettronica di 171.134 persone seguite in modo continuativo dal 2016 al 2024 all’interno di un unico grande sistema sanitario degli Stati Uniti.
Prendendo la popolazione nel suo complesso, le prime identificazioni di autismo mostravano un trend in calo fino al 2020, per poi invertire rotta subito dopo la pandemia. Separati i dati per sesso, la curva maschile ha continuato a scendere o a stabilizzarsi, mentre quella femminile ha registrato un aumento medio del 19 per cento all’anno, con i casi annui tra donne e ragazze passati da 284 nel 2016 a 513 nel 2024.
L’apparente impennata post-Covid non indica un aumento biologico della condizione.
La discrepanza affonda le radici nella storia della diagnosi psichiatrica. I criteri e i test di screening tradizionali sono stati sviluppati su campioni prevalentemente maschili, lasciando per decenni in ombra le manifestazioni femminili, spesso caratterizzate da una maggiore motivazione sociale o da strategie di mascheramento dei propri tratti. Ragazze e donne ricevono una diagnosi formale con un ritardo medio di tre anni e mezzo rispetto ai maschi. Molte di loro arrivano all’attenzione medica solo durante l’adolescenza, quando la complessità delle interazioni sociali e lo stress cumulato rendono difficile proseguire senza un supporto strutturato.
Le restrizioni del 2020 hanno interrotto visite di routine e controlli evolutivi, accumulando valutazioni poi smaltite negli anni successivi, favorite anche dalla diffusione della telemedicina. Escludendo dal modello statistico i dati del 2020, il punto di svolta per la popolazione femminile arretra al 2018. L’impatto della pandemia ha agito da acceleratore di un processo già in corso.
L’indagine presenta precisi limiti metodologici: i ricercatori hanno tracciato la prima codifica di fatturazione per autismo all’interno di un singolo circuito ospedaliero, composto in prevalenza da pazienti bianchi, senza confermare le diagnosi con revisioni cliniche dirette o scale di valutazione indipendenti. Il tracciamento misura la frequenza con cui le strutture sanitarie registrano la condizione nei pazienti già in cura, non l’incidenza reale della neurodivergenza nella popolazione generale.
Un ritardo identificativo prolungato compromette l’accesso ad adattamenti scolastici e lavorativi nei momenti chiave dello sviluppo. La crescita dei numeri descrive la progressiva emersione di una fascia di popolazione rimasta a lungo invisibile ai servizi di diagnosi.

