Grzegorz Bulczak, ricercatore dell’Istituto di Filosofia e Sociologia di Varsavia e dell’Università Marittima di Gdynia in Polonia, ha preso i dati di un colossale sondaggio americano (l’Add Health) iniziato nel 1994, ha isolato i giudizi sull’aspetto fisico di 16.554 adolescenti e li ha incrociati con i registri di mortalità aggiornati al 2022. Il risultato, pubblicato sulla rivista Applied Research in Quality of Life, fotografa una realtà brutale: i ragazzi che a metà degli anni Novanta erano stati classificati dagli intervistatori come “esteticamente non attraenti” hanno registrato, nei 28 anni successivi, un rischio di mortalità superiore di 1,78 volte rispetto ai coetanei considerati attraenti.
Il divario si concentra quasi interamente sulle femmine. Tra gli uomini il trend punta nella stessa direzione, ma i numeri sono troppo deboli per raggiungere una rilevanza statistica. Nelle donne, invece, il giudizio estetico ricevuto tra gli undici e i diciotto anni sembra quasi un predittore della sopravvivenza nell’età adulta.
I dati non dicono che la bruttezza sia una malattia mortale. Suggeriscono qualcosa di più sottile e sistemico: il pregiudizio si stratifica sotto la pelle.
Da un lato c’è l’ipotesi evoluzionistica. Quello che l’occhio umano percepisce come “bello” coincide spesso con simmetrie e indicatori biologici di salute, sviluppo e resilienza. L’intervistatore degli anni Novanta, insomma, potrebbe aver registrato inconsapevolmente i primi segnali di una fragilità organica profonda.
Dall’altro lato della bilancia pesa la mannaia sociale del cosiddetto effetto alone. Chi è attraente ottiene più pazienza a scuola, più opportunità nel mercato del lavoro, stipendi più alti e una mobilità sociale facilitata. Chi viene escluso da questo club subisce l’effetto opposto: rifiuto sistematico, bullismo, isolamento, status sociale inferiore e un cortisolo costantemente fuori giri. Lo stress cronico logora l’organismo un giorno alla volta, accumulandosi nei decenni fino a presentare il conto sotto forma di patologie cardiovascolari e metaboliche. Bulczak lo aveva già dimostrato in uno studio del 2023: le persone considerate sopra la media per attrattività mostravano, a dieci anni dal primo controllo, livelli decisamente inferiori di colesterolo, pressione sanguigna e proteina C-reattiva.
In parole povere, essere considerati brutti da adolescenti non accorcia la vita per una colpa biologica misteriosa, ma perché la società tende a trattare peggio chi non risponde a certi canoni. Questo trattamento discriminatorio genera un carico di stress e una privazione di opportunità che, nell’arco di trent’anni, si traducono in una salute più fragile e in un rischio concreto di morire prima del tempo.
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