Prabal Saxena, astrobiologo del Goddard Space Flight Center della NASA, ha tracciato le coordinate del problema del sulla mappa del polo sud lunare: dove il Sole non arriva mai, i microbi terrestri non muoiono.
L’idea che la Luna sia una fornace sterile pronta a polverizzare qualsiasi forma di vita estranea regge solo all’equatore. Negli avvallamenti profondi di crateri come il De Gerlache Rim o il Nobile Rim, la radiazione ultravioletta non penetra. Senza UV a spezzare le catene di DNA, il vuoto e il gelo cosmico non bastano a sterilizzare l’ambiente. Anzi, funzionano come una gigantesca tecnica di liofilizzazione.
In uno studio pubblicato su Science Advances, il gruppo di ricerca di Saxena — di cui fa parte anche la ricercatrice Heather Graham — ha incrociato le misurazioni di resistenza microbica in laboratorio con i dati topografici forniti dal Lunar Reconnaissance Orbiter. L’obiettivo: capire quanto a lungo possano resistere i cinque organismi che più facilmente viaggeranno a bordo delle missioni Artemis, nascosti nelle tute o nei sistemi di aerazione.
I microbi analizzati:
- Bacillus subtilis (batterio spore-formante)
- Staphylococcus aureus (comune batterio della pelle)
- Deinococcus radiodurans (famoso per la resistenza alle radiazioni)
- Fusarium (specie fungine)
- Aspergillus niger (muffa nera presente negli impianti HVAC e sulla Stazione Spaziale Internazionale)
Tra questi, il campione di sopravvivenza è proprio Aspergillus niger. Nelle zone d’ombra permanente (PSR), tutte e cinque le specie mostrano nicchie capaci di preservarle per oltre sette giorni terrestri. Fuori dai crateri shadowed, durante l’inverno lunare, le condizioni favorevoli alla sopravvivenza di Aspergillus niger coprono fino al 30% del terreno mappato.
Non c’è rischio di colonizzazione: senza acqua liquida e sostanze nutritive, questi organismi non possono moltiplicarsi né crescere. Il pericolo è di natura scientifica. I frammenti molecolari e le proteine dei batteri sopravvissuti (o congelati) rischiano di contaminare i campioni di ghiaccio d’acqua che le prossime missioni preleveranno per studiare l’origine del sistema solare.
Persino l’impronta di uno stivale astronautico o il solco lasciato dalle ruote di un rover generano mini-ombre sufficienti a riparare i microbi dalla luce solare diretta.
Trasformare il problema in un test sul campo è l’unica via rimasta. Tracciare esattamente la carica batterica portata da ogni missione permetterà di distinguere la chimica nativa lunare dalle tossine terrestri, trasformando il polo sud della Luna nel più grande laboratorio a cielo aperto sulla resistenza della vita nello spazio.
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