Non era un’anomalia geologica, né il sensore ottico difettoso di un qualche telescopio orbitale. La Luna sembrava semplicemente “sbagliata” per un puro inganno prospettico, una vertigine visiva che ha colpito persino chi quel sorvolo lo aveva pianificato sulla carta millimetro per millimetro.
A rivelare il dietro le quinte di quegli scatti storici è Chris White, responsabile dell’integrazione delle comunicazioni (INCO) della NASA per la missione Artemis II, intervistato da Live Science dopo il rilascio degli archivi fotografici completi. Il suo compito a Houston, durante i dieci giorni del primo volo con equipaggio umano oltre l’orbita terrestre dal 1972, era coordinare l’infrastruttura tecnologica della capsula Orion: antenne radio, canali audio di bordo, trasmissione dati laser e, appunto, il complesso network di fotocamere esterne montate sulle estremità dei pannelli solari.
La tensione al centro di controllo di Houston ha raggiunto il picco nel momento cruciale del passaggio dietro la Luna. In quel frangente, la schermatura fisica del satellite ha tagliato di netto qualsiasi segnale radio diretto con la Terra. Prima che il silenzio radio di circa quaranta minuti avvolgesse la capsula, il team INCO ha dovuto caricare nel computer di bordo di Orion una stringa di quasi 300 comandi sequenziali pre-programmati. Nessun margine d’errore: a 400.000 chilometri di distanza, le telecamere dovevano ruotare, mettere a fuoco e scattare in totale autonomia.
Il ritorno del segnale ha mostrato la complessità dell’impresa. Nei primi istanti dopo l’uscita dalla zona d’ombra, i monitor di Houston hanno ricevuto solo frammenti di telemetria, seguiti poi dalle voci metalliche ma rassicuranti dell’equipaggio (composto da Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen). Le immagini vere e proprie, data la mole di dati e la priorità riservata ai sistemi vitali della navetta, sono arrivate sulla Terra soltanto il giorno successivo.
In quelle inquadrature la Luna appariva deformata e insolita rispetto all’iconografia classica a cui siamo abituati da terra. La prospettiva ravvicinata rivelava porzioni del lato nascosto e aree di transizione che alteravano completamente i punti di riferimento visivi tradizionali. Tra i 12.000 scatti immortalati e successivamente pubblicati dalla NASA spicca anche la foto di un’eclissi solare nello spazio profondo, catturata perfettamente al primo tentativo grazie alla precisione millimetrica della sequenza temporale programmata da terra.
Per dare un’idea della complessità, è come se un fotografo posizionato su un treno ad altissima velocità dovesse programmare in anticipo il momento esatto in cui la sua macchina fotografica, fissata all’esterno del vagone, deve scattare per immortalare un uccello in volo oltre una galleria. Non c’è la possibilità di guardare nel mirino o correggere l’inquadratura al momento del passaggio: l’ottica deve scattare alla cieca, sperando che i calcoli sulla traiettoria e sulla luce impostati ore prima si rivelino esatti nell’istante preciso in cui il treno esce dal tunnel.
