Un fenomeno inaspettato è stato registrato nell’isola di spazzatura nell’Oceano Pacifico

La plastica galleggiante nella Grande Chiazza del Pacifico si trasforma in un'isola artificiale permanente, permettendo a specie costiere di colonizzare e riprodursi nel cuore dell'oceano aperto.

Migliaia di chilometri separano le coste continentali dal cuore pulsante del Pacifico settentrionale, eppure anemoni di mare, idroidi e piccoli crostacei hanno trovato il modo di stabilirsi lì, in pianta stabile. Non si tratta di una migrazione temporanea, ma di una colonizzazione di massa che ridefinisce i confini della biologia marina.Il palcoscenico di questa anomalia è la tristemente nota Grande Chiazza di Immondizia del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch). Qui, la plastica galleggiante non è solo una trappola mortale per la fauna oceanica, ma è diventata la spina dorsale di un ecosistema artificiale e autosufficiente.Nel corso di una campagna di campionamento, i ricercatori hanno analizzato 105 frammenti di plastica recuperati nella zona di accumulo del Pacifico.L’analisi biologica ha rivelato una realtà inaspettata: ben 103 di questi frammenti ospitavano forme di vita invertebrate. Se la presenza di specie pelagiche (adattate per natura all’oceano aperto) nel 94,3% dei detriti rientrava nella norma, a sorprendere è stato il censimento delle specie costiere, individuate sul 70,5% degli oggetti analizzati. Crostacei e anemoni, che biologicamente necessitano di substrati duri per ancorarsi e riprodursi, stanno prosperando nel vuoto oceanico sfruttando reti da pesca abbandonate, cassette e bottiglie di plastica.

A differenza dei vettori naturali come tronchi d’albero o alghe, destinati a marcire e affondare nel giro di mesi, i polimeri sintetici resistono per decenni. Questa eccezionale durabilità temporale funge da vera e propria “arca” a lungo termine, offrendo alle specie costiere il tempo necessario per accoppiarsi, deporre uova e far crescere le nuove generazioni a migliaia di miglia dal loro habitat d’origine. I biologi hanno riscontrato uova e strutture riproduttive attive su gran parte della plastica analizzata.Molti degli organismi identificati presentano forti affinità genetiche con le specie che popolano le coste del Pacifico nord-occidentale, in particolare quelle del Giappone. Il sospetto della comunità scientifica è che l’origine di questa migrazione di massa risalga al violento tsunami che ha colpito il Giappone nel 2011, il quale ha trascinato in mare milioni di tonnellate di detriti, trasformandoli in zattere artificiali capaci di attraversare l’oceano.Gli scienziati hanno coniato il termine comunità neopelagica per descrivere questa bizzarra convivenza forzata tra specie d’alto mare e specie costiere. Un termine neutro che descrive, in realtà, una profonda alterazione ecologica causata dall’uomo: la plastica ha di fatto eliminato la barriera biologica che per milioni di anni ha tenuto separati i fragili ecosistemi costieri dalle grandi distese dell’oceano aperto.

L’inquinamento da plastica ha creato una gigantesca rete di isole artificiali che permette ad animali abituati a vivere vicino a riva di colonizzare l’oceano aperto e, potenzialmente, di raggiungere e invadere nuove coste dall’altra parte del mondo.

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