L’imprenditore americano che cerca l’immortalità ha appena scoperto di avere una malattia incurabile

Il magnate del biohacking scopre che il proprio sistema immunitario sta distruggendo le cellule dello stomaco: la diagnosi, legata a vecchi problemi di salute e stress, ridimensiona il mito dell'immortalità tecnologica.

Il corpo che doveva ingannare la morte si è riscoperto fallibile. Bryan Johnson, il magnate quarantottenne della Silicon Valley che spende due milioni di dollari l’anno per invertire la propria età biologica, ha annunciato una diagnosi di gastrite autoimmune (AIG).

Non sono bastati trenta specialisti a caricargli sul groppone l’immortalità promessa entro il 2039: la biologia ha seguito un binario vecchio come il mondo, quello in cui l’organismo aggredisce se stesso.

Tutto è iniziato a maggio. L’imprenditore, celebre per il suo protocollo estremo Blueprint e per il documentario Netflix Don’t Die, registrava da oltre un decennio un’anomalia che la sua schiera di medici faticava a decifrare: livelli di ferritina costantemente bassi. Il ferro nel sangue colava a picco e gli integratori rimbalzavano contro un muro invisibile. Escluso un tumore al colon tramite colonscopia, la svolta è arrivata dai laboratori con la ricerca degli anticorpi anti-cellule parietali (APCA). I risultati hanno evidenziato valori cinque volte superiori al limite normale.

La conferma definitiva è arrivata dalle biopsie gastriche. Il verdetto clinico descrive un’atrofia precoce confinata alla mucosa che produce acido. In parole povere, il sistema immunitario di Johnson ha scambiato le cellule dello stomaco per invasori, distruggendole.

La patologia, che colpisce tra il 2% e il 5% della popolazione mondiale, è rimasta silente per anni dietro lo schermo di esami quotidiani a cui l’imprenditore si sottoponeva. Johnson stesso, nel suo atto di accusa affidato ai social, ha ipotizzato una combinazione di concause radicate nel passato: un’infanzia a base di fast food e bevande zuccherate, seguita da anni di forte stress lavorativo e depressione cronica. Esiste poi un legame genetico e molecolare noto come sindrome tireogastrica; a 21 anni, infatti, a Johnson era già stato diagnosticato un ipotiroidismo cronico.

La medicina ufficiale non prevede una cura eradicante per la gastrite autoimmune, ma si limita alla gestione dei danni. Senza le cellule parietali viene a mancare il fattore intrinseco, una proteina fondamentale per assorbire la vitamina B12 e il ferro, esponendo il paziente a gravi forme di anemia e, sul lungo periodo, a un rischio più elevato di carcinoma gastrico.

Il sogno dell’immortalità cibernetica si scontra così con una terapia ordinaria a base di infusioni di ferro e iniezioni di B12. La malattia ridimensiona l’onnipotenza del biohacking, ma non accelera la fine: l’andamento della patologia resta benigno se monitorato, e i medici confermano che l’aspettativa di vita di Johnson non subirà variazioni. Resta il fatto che lo stomaco dell’uomo che voleva vivere per sempre ha iniziato a consumare se stesso prima che il tempo potesse farlo da fuori.

Fino a questo verdetto biologico, il cammino di Johnson verso l’immortalità si era tradotto in un regime draconiano da due milioni di dollari all’anno battezzato Project Blueprint. Un protocollo spietato, volto a mantenere i suoi organi interni all’età biologica di un diciottenne. La sua quotidianità era scandita da una disciplina quasi monastica: una dieta rigidamente vegana da 1.977 calorie al giorno (con l’ultimo pasto consumato entro le undici del mattino), il risveglio alle cinque, un’ora di attività fisica ad alta intensità e il sonno rigorosamente isolato in una stanza oscurata e termoregolata.

A questo si aggiungeva l’assunzione quotidiana di oltre cento integratori terapeutici e terapie sperimentali al limite della fantascienza medica. Johnson si è sottoposto a sedute di terapia genica con follistatina nelle Bahamas, a stimolazioni elettromagnetiche del pavimento pelvico e persino a trasfusioni di plasma ed emoderivati scambiati con il figlio diciassettenne e il padre settantenne, nel tentativo di ringiovanire il proprio sangue. Ogni singolo parametro vitale — dalle erezioni notturne alla densità ossea, fino ai biomarcatori cellulari — veniva costantemente monitorato da una flotta di dispositivi e medici. Un castello di dati clinici e privazioni sollevato per ingannare il tempo, ma che non è bastato a disinnescare l’errore genetico scritto dentro le sue stesse cellule.

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