Un comune batterio intestinale potrebbe essere la causa del tumore al colon retto

Un virus nascosto nei batteri intestinali potrebbe cambiare il modo in cui comprendiamo e preveniamo il cancro del colon-retto

Un recente studio ha individuato un possibile nuovo fattore legato al cancro del colon-retto, una delle forme tumorali più diffuse e letali nei paesi occidentali. I ricercatori si sono concentrati sul microbioma intestinale, cioè l’insieme di batteri, virus e altri microrganismi che vivono nel nostro intestino e influenzano profondamente la salute. In particolare, l’attenzione si è focalizzata su un batterio molto comune, Bacteroides fragilis, già noto per essere associato a questa malattia ma presente anche in persone sane, creando un apparente paradosso.

La svolta è arrivata quando gli scienziati hanno scoperto che la differenza potrebbe non essere nel batterio stesso, ma in un virus che vive al suo interno: un batteriofago (cioè un virus che infetta i batteri). Questo virus, mai identificato prima, è risultato molto più frequente nei pazienti con cancro del colon-retto. In pratica, non sarebbe solo il batterio a contare, ma l’interazione tra batterio e virus, che potrebbe alterarne il comportamento e contribuire a creare un ambiente intestinale favorevole allo sviluppo del tumore. Lo studio, basato inizialmente su dati di circa due milioni di persone in Danimarca, ha mostrato che chi sviluppa infezioni legate a questo batterio ha una maggiore probabilità di ricevere una diagnosi di tumore poco dopo. I risultati sono stati poi confermati a livello globale analizzando campioni di quasi 900 individui tra Europa, Stati Uniti e Asia: i pazienti oncologici avevano circa il doppio delle probabilità di ospitare questi virus.

È importante sottolineare che si tratta di una correlazione e non di una prova diretta di causa-effetto. Tuttavia, la scoperta apre una nuova prospettiva: invece di studiare solo i batteri, potrebbe essere fondamentale analizzare anche i virus che vivono al loro interno. In futuro, questi virus potrebbero diventare biomarcatori utili per individuare precocemente le persone a rischio, affiancando o migliorando gli attuali test di screening basati sull’analisi delle feci.