Parlare ad alta voce dilata le pupille in modo costante, mentre il linguaggio interiore produce risposte più variabili, che dipendono anche dalla difficoltà del compito. È quanto emerge da tre esperimenti condotti su 80 studenti universitari sani da ricercatori giapponesi e pubblicati sulla rivista iScience.
La ricerca è stata guidata dal neuroscienziato Ryuta Kuwamizu dell’Università di Tsukuba e dallo psicologo dello sviluppo Ryoichi Watanabe dell’Università Ritsumeikan. Il gruppo ha misurato le pupille dei partecipanti mentre svolgevano esercizi di conteggio, a voce oppure in silenzio, formulando i numeri nella propria mente. L’ordine delle due modalità era stabilito casualmente. La dimensione delle pupille è un indicatore non invasivo delle variazioni dell’attivazione dell’organismo e del cervello.
Il linguaggio interiore, o linguaggio covert, è la voce mentale che usiamo per organizzare i pensieri, ricordare informazioni e preparare ciò che stiamo per dire. Studi di neuroimaging degli ultimi due o tre decenni indicano che coinvolge una rete cerebrale frontotemporale deputata alla produzione del linguaggio. Questa rete si sovrappone in parte a quella attiva quando parliamo, ma non coincide del tutto. Se il rapporto tra linguaggio interiore e attività delle aree corticali è stato studiato a lungo, si sa meno di come il linguaggio interiore si colleghi ai sistemi cerebrali che regolano l’attivazione. Per approfondire il tema della voce interiore, altri studi hanno indagato anche le aree cerebrali coinvolte.

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Nei tre esperimenti, i partecipanti hanno affrontato compiti di difficoltà crescente. Nel primo contavano in avanti partendo da 1, usando numeri consecutivi: 1, 2, 3, 4 e così via. Nel secondo contavano oggetti, come gatti, palloni o libri: per esempio, un gatto, due gatti, tre gatti. Nel terzo contavano a intervalli, aggiungendo ogni volta 2, 3 o 4; con un incremento di 3, per esempio, la sequenza era 1, 4, 7, 10.

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I risultati hanno mostrato una differenza netta tra le due modalità. Parlare ad alta voce provocava una dilatazione delle pupille in tutti e tre gli esperimenti. La risposta al linguaggio interiore, invece, variava con il compito: nel conteggio più semplice le pupille si restringevano; nel conteggio degli oggetti non si osservavano cambiamenti significativi; nel compito più difficile, quello a intervalli, si dilatavano. Quest’ultima risposta potrebbe riflettere il maggiore sforzo mentale richiesto. La dilatazione pupillare è infatti un fenomeno legato a diversi processi dell’organismo.
«Il risultato più solido emerso dai tre esperimenti è stata la dilatazione costante delle pupille provocata dal linguaggio pronunciato ad alta voce, il che suggerisce che la vocalizzazione sia un fattore importante nel determinare l’attivazione associata alle pupille», spiegano i ricercatori. «Questa dilatazione riflette probabilmente il coinvolgimento integrato dei sistemi di attivazione associati alle pupille, legato all’esecuzione dei movimenti, alle variazioni respiratorie, al feedback sensomotorio e all’attenzione. Si ritiene che ciascuno di questi elementi coinvolga i sistemi di attivazione del tronco encefalico e gli stati delle reti corticali, contribuendo potenzialmente a una produzione del linguaggio efficiente».
Anche nel compito più impegnativo, la dilatazione durante il linguaggio interiore era inferiore a quella registrata quando i partecipanti contavano ad alta voce. Una possibile spiegazione è che trasformare i pensieri in parole pronunciate richieda un lavoro aggiuntivo: bisogna coordinare i movimenti necessari per articolare, regolare la respirazione e controllare ciò che si sente. Questi processi potrebbero contribuire al livello di attivazione più elevato osservato durante il parlato. La dilatazione potrebbe inoltre essere collegata a funzioni come l’attenzione e la memoria: uno studio precedente aveva rilevato una correlazione tra le variazioni delle pupille e la capacità di ricordare parole pronunciate ad alta voce.
Nel terzo esperimento, la dilatazione registrata durante il parlato è rimasta intorno a 0,4 millimetri per oltre 10 secondi. Gli autori osservano che questa misura è paragonabile a quella rilevata in precedenza durante un esercizio fisico intenso, come il ciclismo all’80 per cento del consumo massimo di ossigeno. Il confronto suggerisce che parlare ad alta voce può comportare un’attivazione considerevole, ma non dimostra che le due attività richiedano lo stesso sforzo: lo studio ha misurato le risposte pupillari durante esercizi di conteggio, non il dispendio energetico complessivo.
Fonte: sciencealert.com


