Due lunghe barriere di pietra, parzialmente coperte dalla sabbia a sud-ovest della Piramide Rossa di Dahshur, sono state a lungo considerate i resti di due rampa di accesso per il trasporto a secco dei blocchi di calcare. Un’analisi coordinata dal ricercatore Guillaume Piton dell’istituto parigino Paleotechnic, pubblicata sulla rivista npj Heritage Science, ribalta questa interpretazione storica. L’incrocio tra le immagini satellitari e la mappatura dei bacini idrografici suggerisce che quelle strutture lineari, lunghe tra i 600 e i 700 metri, non servivano al passaggio dei carrelli, ma formavano un sofisticato sistema diguato per governare i flussi d’acqua del Wadi Dahshur, un corso d’acqua oggi scomparso.
Eretta durante la IV Dinastia sotto il regno del faraone Sneferu, tra il 2590 e il 2575 avanti Cristo, la Piramide Rossa domina l’altopiano desertico con i suoi 105 metri d’altezza. L’ipotesi degli studiosi francesi individua nella barriera orientale una diga principale per il trattenimento delle piene improvvise, mentre quella occidentale, dotata di uno sfioratore a calice, funzionava come bacino di decantazione per catturare i sedimenti e regolare la portata incanalata verso il cantiere.
L’infrastruttura idraulica permetteva di stabilizzare un canale navigabile continuo nel cuore dell’Antico Regno, rendendo possibile l’arrivo via chiatta di enormi volumi di legname, pietre e forniture per le migliaia di maestranze coinvolte nell’opera. La gestione dell’acqua superficiale, ben oltre la semplice fascia d’esondazione del Nilo, emerge così come un elemento centrale nell’ingegneria egizia, aprendo la strada all’individuazione di altre strutture idrauliche simili ancora sepolte lungo il margine desertico della valle.


