Scienziati estraggono sostanza nera e vischiosa dagli abissi e scoprono forme di vita all’interno

Oltre i 6.000 metri di profondità: la scoperta di bozzoli neri simili a catrame svela come la vita complessa sfida la pressione estrema degli abissi.

CREDITI: Lisa Sundberg/Cody Sheik.

Keiichi Kakui, biologo dell’Università di Hokkaido, si è ritrovato davanti a un enigma viscoso mentre analizzava i sedimenti recuperati nella fossa delle Curili-Kamchatka, nel Pacifico nord-occidentale. Durante una spedizione della nave da ricerca Hakuho-maru, il braccio meccanico aveva strappato all’abisso alcuni frammenti di roccia a una profondità di oltre 6.200 metri. Attaccate a quelle pietre c’erano delle piccole sfere nere, simili a perle di cuoio o a grumi di catrame, della dimensione di pochi millimetri. Nessuno a bordo aveva idea di cosa fossero.

La curiosità scientifica ha spinto Kakui a incidere uno di questi involucri sotto l’obiettivo del microscopio. Al taglio, dalla membrana scura è fuoriuscito un liquido lattiginoso.

Non era materia inerte. All’interno di quella sostanza opaca si muovevano forme di vita embrionali, corpi bianchi e fragili che mostravano già i primi segni di una complessa organizzazione anatomica. Le analisi genetiche e morfologiche condotte dal team di Hokkaido hanno confermato l’inaspettato: si trattava di platelminti (vermi piatti) appartenenti all’ordine dei Tricladida. Fino a questo momento, la scienza non aveva mai documentato la presenza di questi organismi a profondità così estreme. Il record precedente per la categoria era fermo a circa 3.200 metri; la scoperta di Kakui ha raddoppiato quel limite in un colpo solo.

Siamo nella zona adale, un territorio dove la pressione idrostatica frantumerebbe la maggior parte delle strutture biologiche conosciute.

I bozzoli recuperati contenevano dai tre ai sette embrioni ciascuno. (L’aspetto più scioccante della ricerca risiede nel confronto del DNA). Analizzando i campioni, i ricercatori hanno scoperto che questi vermi abissali sono geneticamente molto vicini ai loro parenti che popolano le acque basse e le zone costiere. È emerso che lo sviluppo embrionale dei “vermi del fango” delle profondità è quasi indistinguibile da quello delle specie di superficie. Questo dettaglio smonta l’idea che per vivere a 6 chilometri sotto il livello del mare servano architetture biologiche aliene o radicalmente diverse.

La vita ha semplicemente trovato il modo di esportare un modello vincente negli angoli più oscuri del pianeta.

Questi vermi piatti non si limitano a sopravvivere; prosperano nel fango ghiacciato grazie a una strategia di riproduzione blindata. I bozzoli agiscono come micro-ambienti protetti, camere di incubazione capaci di isolare i piccoli dalla pressione esterna e dalle condizioni ostili dell’abisso durante le fasi più delicate della crescita. Gli embrioni rimangono immersi in un tuorlo ricco di nutrienti, una sorta di “kit di sopravvivenza” che permette loro di completare la maturazione senza dipendere dalle scarse risorse esterne.

Fonte: https://www.popularmechanics.com/science/animals/a71151516/black-goo-new-species-discovery/