Sulle etichette degli alimenti confezionati compare spesso come E320, ma il suo nome per esteso, butilidrossianisolo, o BHA, dice già qualcosa sulla sua natura chimica. È un antiossidante sintetico usato dall’industria alimentare dagli anni Cinquanta per rallentare l’irrancidimento di grassi e oli, e si trova tutt’oggi in biscotti, cereali da colazione, snack confezionati, chewing gum, caramelle e piatti pronti. In Italia, come nel resto dell’Unione Europea, è legale. In Giappone è vietato come additivo alimentare dal 1958. Il profilo tossicologico del BHA è discusso da decenni. Il National Toxicology Program degli Stati Uniti lo classifica come “ragionevolmente prevedibile cancerogeno per l’uomo“, una categoria basata su studi condotti su animali che hanno documentato la formazione di tumori al forestomaco. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, braccio dell’OMS, lo ha inserito nel gruppo 2B, quello delle sostanze per cui esiste evidenza limitata di cancerogenicità negli animali ma dati insufficienti sull’uomo. Non è una condanna definitiva, ma è un segnale che la ricerca continua a monitorare. Il meccanismo di preoccupazione principale riguarda i metaboliti prodotti durante la digestione del BHA, alcuni dei quali mostrano in vitro proprietà genotossiche. C’è poi la questione degli interferenti endocrini: diversi studi hanno ipotizzato che il BHA possa interferire con l’attività ormonale, con possibili effetti negativi sulla fertilità maschile, anche se i dati sull’uomo restano ancora preliminari.
L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha rivalutato il BHA nel 2012, confermandone la sicurezza alle dosi autorizzate ma segnalando una criticità concreta: l’esposizione reale al BHA potrebbe superare la dose giornaliera ammissibile quando si tiene conto non solo degli alimenti ma anche dei materiali a contatto con il cibo, come plastiche e rivestimenti che contengono la sostanza. Un problema di accumulo, non di singola esposizione. La geografia regolatoria è asimmetrica. Il Giappone vieta il BHA negli alimenti, numerosi paesi europei lo escludono dai prodotti destinati ai bambini, la California lo inserisce nell’elenco delle sostanze cancerogene ai sensi della Proposition 65, e l’intera filiera biologica europea ne vieta l’uso. Nell’UE, invece, rimane autorizzato con limiti di dosaggio precisi — 200 mg per kg di grasso o olio nel prodotto finale — e in Italia è regolarmente presente sugli scaffali della grande distribuzione. La questione di fondo non è se il BHA sia un veleno a dosi normali, ma se abbia senso continuare ad assumere una sostanza classificata come possibile cancerogeno quando esistono alternative naturali come la vitamina E o l’estratto di rosmarino, già impiegate da molti produttori che hanno scelto di riformulare le ricette. Ridurne l’esposizione è alla portata di chiunque: basta leggere le etichette.
