Migliaia di nanosatelliti sono ora in orbita attorno alla Terra e questo è solo l’inizio

La miniaturizzazione tecnologica e i lanci low-cost hanno aperto l'orbita a università e startup, ma lo sciame di CubeSat rischia di trasformarsi in una trappola di detriti.

Per decenni mandare qualcosa in orbita ha significato budget da centinaia di milioni di dollari, anni di sviluppo e un accesso alle rampe di lancio riservato a un club ristrettissimo di nazioni e agenzie spaziali. Poi è arrivato il CubeSat, e quella logica ha cominciato a sgretolarsi. Un CubeSat è un nanosatellite costruito attorno a un formato standardizzato: un cubo di dieci centimetri per lato, meno di un chilogrammo di peso. In quello spazio minimo trovano posto sensori, pannelli solari, radio, batterie, processori e il software necessario a svolgere un compito specifico. Non è fantascienza miniaturizzata: è ingegneria pragmatica, nata dalla necessità di rendere lo spazio accessibile a chi non aveva miliardi da spendere. American Society of Clinical Oncology
Secondo il Nanosats Database, al 1° gennaio 2026 erano stati lanciati 3.209 nanosatelliti, di cui quasi 3.000 nel formato CubeSat. Un numero che fino a vent’anni fa sarebbe sembrato fantascientifico. Solo nell’ultimo anno i lanci annuali hanno superato le 300 unità, con oltre il 60% dei dispositivi impiegati in osservazione della Terra e telecomunicazioni.


Il cambiamento di scala è stato possibile grazie a una convergenza di fattori. La miniaturizzazione dell’elettronica di consumo ha messo a disposizione componenti sempre più potenti e sempre più piccoli. I costi di lancio si sono abbassati radicalmente con l’avvento dei razzi riutilizzabili e dei programmi rideshare, che permettono di imbarcare decine di piccoli satelliti su un unico vettore. In parallelo, si è verificato un cambiamento strutturale nel modo di concepire le missioni: i CubeSat non sono più piattaforme isolate, ma nodi integrati in costellazioni più ampie, capaci di garantire copertura globale e rivisita continua che un singolo satellite tradizionale non potrebbe offrire.


Le applicazioni si moltiplicano in direzioni che vanno ben oltre l’osservazione terrestre. Il progetto H.E.R.M.E.S., sviluppato dal Politecnico di Milano in collaborazione con l’INAF, ha portato in orbita sei nanosatelliti in grado di rilevare e localizzare lampi di raggi gamma, inviando avvisi alla comunità scientifica in tempi brevissimi — un’applicazione che fino a pochi anni fa richiedeva strumentazione di tutt’altra scala. La NASA ha aperto candidature per ospitare CubeSat nei formati 6U e 12U sulle prossime missioni Artemis III, IV e V, con lancio a bordo del razzo SLS e rilascio dopo la separazione dalla capsula Orion. Lo spazio cislunare non è più prerogativa dei grandi.


Il mercato riflette questa traiettoria. Il settore dei nanosatelliti vale attualmente circa 2 miliardi di dollari e le proiezioni lo portano a 6,5 miliardi entro il 2034, con un tasso di crescita annuo del 12,5%. Dietro questi numeri ci sono aziende come Planet Labs, che fotografa ogni punto della Terra ogni giorno, e Spire Global, che raccoglie dati meteo, marittimi e di aviazione da una flotta di centinaia di CubeSat in orbita bassa.


Ma c’è un problema che cresce insieme all’entusiasmo. La maggior parte dei nanosatelliti è progettata per durare al massimo cinque anni. Alcuni rientrano rapidamente nell’atmosfera e si disintegrano, ma altri restano in orbita per anni dopo aver cessato di funzionare. Ogni dispositivo inerte è un frammento in più in un ambiente già congestionato. La democratizzazione dello spazio ha aperto una porta enorme — tenerla aperta senza trasformare l’orbita terrestre bassa in una discarica è la sfida che nessuno ha ancora risolto davvero.