L’olio che usi per friggere può rilasciare sostanze tossiche: cosa succede davvero quando supera il punto di fumo

Le aldeidi prodotte dagli oli surriscaldati sono al centro di numerosi studi scientifici: ecco quali rischi comportano e come ridurre l'esposizione durante la cottura.

Friggere è una delle tecniche di cottura più diffuse nelle cucine di tutto il mondo, ma pochi sanno che il calore elevato può trasformare l’olio in una fonte di composti chimici potenzialmente dannosi per la salute. Quando un olio viene sottoposto a temperature troppo alte o viene riutilizzato più volte, infatti, inizia un processo di degradazione che porta alla formazione di sostanze tossiche, tra cui le aldeidi, molecole che da anni sono oggetto di numerosi studi scientifici. Le aldeidi si sviluppano durante l’ossidazione dei grassi presenti nell’olio. Questo fenomeno diventa particolarmente intenso quando si supera il cosiddetto punto di fumo, ovvero la temperatura alla quale l’olio comincia a decomporsi producendo il caratteristico fumo visibile. In realtà i processi di degradazione iniziano anche prima che il fumo sia evidente, ma una volta raggiunta quella soglia la produzione di composti indesiderati aumenta rapidamente. Tra le aldeidi più studiate figurano l’acetaldeide, la formaldeide, l’acroleina e il 4-idrossinonenale, sostanze altamente reattive che possono interagire con proteine, membrane cellulari e materiale genetico. Diverse ricerche hanno evidenziato come l’esposizione prolungata a questi composti possa contribuire allo sviluppo di stress ossidativo, infiammazione cronica e danni cellulari. Alcune aldeidi sono inoltre considerate potenzialmente cancerogene quando l’esposizione avviene per lunghi periodi e ad alte concentrazioni.

Il problema non riguarda soltanto ciò che mangiamo. Una parte di queste sostanze viene infatti dispersa nell’aria attraverso i vapori della cottura. Chi cucina può quindi inalare composti tossici generati dall’olio surriscaldato, soprattutto in ambienti poco ventilati. Studi condotti negli ultimi anni hanno mostrato che i fumi prodotti durante la frittura possono contenere livelli significativi di aldeidi volatili, rendendo importante l’utilizzo di cappe aspiranti o una corretta aerazione della cucina. Non tutti gli oli, però, si comportano allo stesso modo. La loro stabilità dipende dalla composizione chimica e in particolare dal tipo di grassi che contengono. Gli oli ricchi di grassi polinsaturi, come alcune varietà di olio di girasole, mais o soia, tendono a degradarsi più rapidamente alle alte temperature e possono generare quantità maggiori di aldeidi. Al contrario, oli più ricchi di grassi monoinsaturi, come l’olio extravergine d’oliva, l’olio di arachide e l’olio di avocado, mostrano generalmente una migliore resistenza al calore e una minore produzione di sostanze ossidate. Un altro fattore spesso sottovalutato è il riutilizzo dell’olio. Ogni ciclo di riscaldamento accelera i processi di degradazione chimica. Residui di cibo, acqua e ossigeno favoriscono ulteriormente l’ossidazione, facendo aumentare la concentrazione di composti tossici. Per questo motivo gli esperti consigliano di limitare il più possibile il riutilizzo dell’olio, soprattutto quando ha assunto un colore più scuro, un odore pungente o produce schiuma durante il riscaldamento. Ciò non significa che la frittura debba essere eliminata dalla dieta. La comunità scientifica concorda sul fatto che una frittura occasionale, eseguita correttamente, non rappresenti un rischio significativo per la salute. La differenza la fanno soprattutto le modalità di preparazione. Mantenere la temperatura tra i 160 e i 180 gradi, utilizzare oli adatti alle alte temperature, evitare di lasciare l’olio sul fuoco per tempi prolungati e garantire una buona ventilazione della cucina sono accorgimenti che permettono di ridurre notevolmente la formazione di sostanze nocive. Anche le moderne friggitrici ad aria stanno contribuendo a diminuire l’esposizione a questi composti, poiché richiedono quantità molto inferiori di grassi rispetto alla frittura tradizionale. Allo stesso modo, metodi di cottura come forno, griglia e vapore consentono di limitare la produzione di sostanze derivanti dalla degradazione degli oli mantenendo al tempo stesso buone caratteristiche nutrizionali degli alimenti. Più che demonizzare la frittura, quindi, la scienza invita a comprenderne i meccanismi. Un olio scelto correttamente e utilizzato nel modo giusto può fare una grande differenza. Bastano pochi gradi in più o il riutilizzo ripetuto dello stesso grasso per trasformare una semplice preparazione culinaria in una fonte di composti che, nel lungo periodo, potrebbero avere conseguenze sulla salute. La consapevolezza in cucina rimane dunque il miglior strumento di prevenzione.