Un uomo di 55 anni si è presentato al pronto soccorso con dolori addominali lancinanti e i sintomi inconfondibili di una peritonite acuta in corso. Alle domande dei medici ha fornito una versione bizzarra: durante una battuta di pesca, un’anguilla gli si sarebbe infilata sotto l’abito tradizionale (il lungee) per poi farsi strada accidentalmente all’interno del canale anale.
L’episodio, documentato in un case report clinico pubblicato da un’équipe medica e descritto su International Journal of Surgery Case Reports, ha richiesto un intervento chirurgico d’urgenza.
Il paziente, sperando inizialmente che l’animale venisse espulso in modo naturale, ha atteso ventiquattro ore prima di chiedere aiuto. Quando i chirurghi hanno eseguito la laparotomia esplorativa sotto anestesia generale, si sono trovati di fronte a un quadro clinico critico. L’anguilla — un esemplare di ben 65 centimetri — non solo era ancora viva, ma era riuscita a perforare la parete del colon sigmoideo creando una lacerazione di tre centimetri e facendosi strada direttamente all’interno della cavità peritoneale.
Un comportamento biologico tutt’altro che casuale.
Le anguille possiedono capacità di sopravvivenza eccezionali anche in contesti a bassissimo tenore di ossigeno e, se intrappolate, usano la forza muscolare e i denti affilati per farsi varco tra le pareti dei tessuti molli. I medici hanno estratto il pesce, ripulito l’addome dalla materia fecale versata a causa della perforazione e praticato una stomia temporanea per consentire la guarigione dell’intestino.
La letteratura medica registra rarissimi casi simili e, sebbene l’incidente sia stato rubricato dal paziente come un evento imprevisto avvenuto durante la pesca, la dinamica e le dimensioni dell’animale lasciano aperte molte perplessità cliniche sulla reale accidentalità dell’ingresso.
In parole povere: se un pesce lungo più di mezzo metro vi entra dentro, non aspettate che esca da solo, perché l’unica cosa che farà sarà farsi strada a morsi nell’addome per cercare una via di fuga.
