Un’ombra scura appena visibile vicina al bordo del cratere Einstein, sulla faccia visibile della Luna, segna il punto esatto in cui uno stadio superiore di un razzo Falcon 9 di SpaceX si è schiantato alla velocità di circa 8.700 chilometri orari. La prima conferma visiva dell’impatto è arrivata dai sensori della sonda sudcoreana Danuri, gestita dalla KASA, che ha catturato una macchia scura prodotta dalla dispersione dei detriti della superficie lunare.
Il frammento di spazzatura spaziale, lungo 14 metri e pesante quattro tonnellate, vagava in un’orbita caotica dopo aver sganciato la missione Blue Ghost. Nelle intenzioni originali dei tecnici, lo stadio avrebbe dovuto rientrare nell’atmosfera terrestre per bruciare, ma le perturbazioni gravitazionali della Luna e la pressione della radiazione solare lo hanno gradualmente spinto verso il satellite. Pochi minuti dopo l’impatto, gli strumenti del Very Large Telescope in Cile hanno rilevato nello spettro luminoso una nube di litio e sodio sollevata dal suolo, rimasta visibile in quota per circa dieci minuti.
I calcoli stiamati dagli esperti della NASA indicano che la collisione ha scavato una voragine di circa 18 metri di diametro e quattro di profondità. Non è la prima volta che un relitto artificiale colpisce involontariamente il suolo lunare — era già accaduto nel marzo 2022 con un booster attribuito al programma cinese Chang’e 5-T1 — ma la frequenza di questi incidenti riapre il dibattito sulla mancanza di regolamentazione internazionale e sulla gestione del traffico spaziale attorno alla Luna.
Per le agenzie spaziali europee e italiane, impegnate nei programmi di esplorazione robotica e nel rientro dei detriti in orbita bassa, l’aumento dei detriti nelle rotte cislunari rappresenta un fattore di rischio concreto per la sicurezza della navigazione satellitare.

