Frammenti di DNA umano antico possono conservarsi sulle pareti delle grotte per migliaia di anni, anche in punti senza pitture o altri segni visibili di attività umana. Lo dimostra uno studio che ha recuperato tracce genetiche in cinque dei 54 campioni analizzati, aprendo una possibile strada per studiare chi frequentava le grotte preistoriche senza intervenire sui depositi archeologici. I risultati, però, non permettono di identificare gli autori delle pitture.
La ricerca è stata condotta nell’ambito del progetto interdisciplinare First Art, coordinato da ricercatori spagnoli e portoghesi e realizzato con istituzioni di Spagna, Portogallo, Regno Unito, Cina e Germania. Il progetto mira a datare le più antiche pitture rupestri e a caratterizzarne la composizione chimica. La collaborazione con il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology ha esteso le indagini al DNA antico, finora ricercato soprattutto in ossa e sedimenti e, più di recente, in manufatti d’osso. Lo studio è stato pubblicato il 23 giugno 2026 su Nature Communications.
L’idea è nata dalla possibilità che le persone avessero lasciato materiale genetico mentre dipingevano. «Sappiamo che alcune pitture venivano realizzate sulle pareti delle grotte soffiando o strofinando il pigmento sulla superficie. Considerata l’enorme sensibilità delle attuali tecniche di analisi del DNA antico, volevamo verificare se questo tipo di contatto potesse lasciare tracce di DNA sulle pitture rupestri, consentendoci potenzialmente di ricavare profili genetici degli autori», spiega Hipólito Collado Giraldo, archeologo e specialista di arte rupestre del Governo dell’Estremadura, in Spagna, che ha riunito il gruppo di First Art.

Matthias Meyer
I ricercatori hanno esaminato 24 pannelli di arte rupestre in 11 grotte. Tra i soggetti c’erano semplici segni e impronte di mani; sono stati analizzati anche frammenti di pigmento staccatisi naturalmente da pitture figurative nella grotta di Altamira. Il gruppo ha raccolto campioni da pareti dipinte e non dipinte, sedimenti e ossa, oltre che da un raro aerografo preistorico ricavato da un osso di uccello, usato per soffiare ocra rossa sulle pareti. I campioni sono stati sottoposti a tecniche avanzate di estrazione e sequenziamento del DNA.
Solo cinque dei 54 campioni hanno restituito DNA mitocondriale umano antico: materiale genetico presente nei mitocondri, le strutture cellulari che producono energia. Un campione proveniva da una crosta di calcite con pigmento sottostante, sul pannello 11 della grotta di Escoural, in Portogallo. Due erano stati prelevati da pareti non dipinte in una galleria più interna della stessa grotta; gli altri due da superfici non dipinte accanto a pitture rupestri nella grotta di Covarón, nel nord della Spagna. Queste aree erano state campionate come controlli negativi, cioè punti in cui i ricercatori non si aspettavano di trovare DNA umano: i risultati positivi sono stati quindi inattesi.
In due campioni non è stata rilevata una quantità misurabile di DNA mitocondriale di altri animali. Questo dato suggerisce con forza che il materiale genetico umano sia stato depositato direttamente, per esempio attraverso saliva o altri fluidi corporei. Gli altri tre campioni positivi, tutti provenienti da pareti non dipinte, contenevano DNA sia umano sia animale. La compresenza potrebbe indicare un trasferimento indiretto, forse attraverso sedimenti o movimenti d’acqua che hanno trasportato il materiale genetico sulle superfici.

Alba Bossoms Mesa
«Non possiamo collegare direttamente le tracce di DNA umano antico che abbiamo trovato alla realizzazione delle pitture rupestri, ma questa è la prima prova che il DNA umano può conservarsi sulle pareti delle grotte per migliaia di anni», afferma la prima autrice, Alba Bossoms Mesa, dottoranda al Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia. «È entusiasmante pensare che potremmo aver scoperto un nuovo modo per studiare la presenza umana preistorica».
Le analisi hanno fornito alcune informazioni sulle persone che frequentarono le grotte. In tre campioni il DNA umano proveniva prevalentemente da donne, mentre in un altro era soprattutto maschile. Per il quinto campione non è stato possibile determinare il sesso. Ulteriori esami dei due campioni raccolti sulle superfici non dipinte di Covarón hanno indicato che il DNA apparteneva a esseri umani moderni, o Homo sapiens. Il DNA nucleare, cioè quello contenuto nei nuclei delle cellule, li collocava nel gruppo genetico dei cacciatori-raccoglitori occidentali, in linea con quanto osservato in altre popolazioni antiche della penisola iberica.
«Questo studio cambia radicalmente il nostro modo di pensare ai luoghi in cui si può trovare il DNA antico», afferma il coautore senior Matthias Meyer, paleogenetista del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, che ha coordinato il lavoro insieme a Collado Giraldo. «Ci ha sorpreso scoprire che il DNA antico può essere recuperato non solo da campioni con pigmento, ma anche da pareti di grotte che non mostrano segni visibili di attività umana passata. Ora possiamo porci nuove domande: chi ha toccato questa parete? Era un uomo o una donna? A quale popolazione apparteneva? Quanto si spingevano gli esseri umani antichi nelle profondità dei sistemi di grotte?»
Il campionamento delle pareti potrebbe aiutare a ricostruire il comportamento umano preistorico senza alterare i depositi archeologici. Le tracce genetiche potrebbero offrire indizi sul sesso biologico e sulle origini delle persone che frequentavano le grotte, anche quando non sono rimasti oggetti o immagini riconoscibili. «Non si tratta solo di arte rupestre», dice Collado Giraldo. «Si tratta di capire come le persone usavano le grotte e dove lasciavano le loro tracce».
I risultati mostrano anche quanto sia difficile recuperare DNA antico. L’aerografo d’osso di Altamira, che si presume fosse entrato in contatto con la saliva di chi lo usava, non ha restituito DNA umano antico. La spiegazione più probabile è una forte contaminazione da DNA umano contemporaneo, insieme alla quantità minima di materiale analizzato. Il caso evidenzia le difficoltà di individuare tracce genetiche antiche su oggetti manipolati a lungo, anche nel corso di decenni di studi.
Nonostante le condizioni di conservazione favorevoli presenti in molti siti, il DNA antico è stato rilevato in un solo dei 24 pannelli esaminati e in altri due punti vicini a pannelli diversi. La scarsità dei risultati suggerisce che le superfici dipinte conservino raramente DNA in quantità sufficiente a durare per migliaia di anni, soprattutto se non sono protette da croste minerali o da ambienti sigillati.
«La conservazione del DNA umano sulle pareti delle grotte è molto variabile», afferma Bossoms Mesa. «Ma quando il DNA sopravvive, racconta una storia potente. E, sebbene questi primi risultati siano promettenti, credo che ora la nostra priorità debba essere perfezionare i metodi e capire in quali condizioni possiamo aspettarci una percentuale di successo più alta».
Identificare chi realizzò specifiche opere resta dunque un obiettivo per le ricerche future, non un risultato raggiunto da questo studio. «È solo l’inizio», aggiunge Meyer. «Ora sappiamo che le pareti delle grotte sono archivi della presenza umana passata. Il passo successivo è esaminare più siti, stili e tecniche artistiche, in particolare le impronte di mani e le pitture figurative in grotte con buone condizioni di conservazione molecolare, ricorrendo a campionamenti il meno invasivi possibile».
Lo studio, intitolato «Investigating ancient human DNA preservation on cave walls and in rock art», è firmato da Alba Bossoms Mesa, Elena Essel, Louisa Jáuregui, Aurore Galtier, Elena I. Zavala, Kevin Nota, Merlin Szymanski, Julia Zorn, Hugo Gomes, George H. Nash, Pierluigi Rosina, Virginia Lattao, Luiz Oosterbeek, Carlos Carpetudo, Nelson A. Almeida, Carmen de las Heras, Pilar Fatás, Alfredo Prada, Lucía M. Díaz-González, M. Elena Sánchez-Moral, Alberto Martínez Villa, Mario Menéndez Fernández, José Julio García Arranz, Genevieve von Petzinger, Pedro Cantalejo, Luis-Efrén Fernández, José Ramos-Muñoz, Diego S. Fernández Sánchez, Hugo A. Mira, Emilio Muñoz Fernández, Ramón Montes-Barquín, Roberto Ontañón, Janet Kelso, Kay Prüfer, Benjamin Vernot, Mateja Hajdinjak, Qingfeng Shao, Sara Garcès, Hipólito Collado Giraldo e Matthias Meyer. DOI: 10.1038/s41467-026-74234-2.
Il progetto First Art ha ricevuto inizialmente il sostegno di INTERREG POCTEP, finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) (sovvenzione n. 0497_FIRST_ART_4_E), della Bradshaw Foundation nel 2025 e di una sovvenzione della National Geographic Society (n. NGS-68383R-20).
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Fonte: scitechdaily.com


