Un ammasso di vermi tubicoli, una nube scura e un fondale disseminato di ossa e denti: così alcuni ricercatori norvegesi hanno scoperto una carcassa di balena negli abissi artici. Il ritrovamento mostra come anche un tratto di fondale apparentemente uniforme possa ospitare un ecosistema ricco e poco conosciuto, potenzialmente esposto ai danni delle future attività minerarie.

MAREANO/IMR/taken byÆgir6000/NORMAR
La scoperta è avvenuta all’inizio di quest’anno, durante una ricognizione del programma nazionale norvegese MAREANO, che mappa i fondali marini. Il gruppo stava esplorando il fondale con un veicolo a comando remoto (ROV) quando ha notato, ai margini del campo visivo, un fitto gruppo di vermi tubicoli: animali dal corpo lungo e sottile, che spuntavano dal sedimento come piccoli peli. Nel raccogliere un campione, il ROV ha sollevato una nube nera che per qualche istante ha oscurato la visuale. Quando si è diradata, sono apparsi numerosi organismi tra ossa e denti, in un ambiente che ricordava una tomba sommersa.

Solveig Adine Osjord
I pennacchi scuri si formano spesso in presenza di grandi quantità di materia organica sepolta nei sedimenti. Possono segnalare una proliferazione di batteri e un elevato consumo di ossigeno. Il ROV ha raccolto un campione del sito e lo ha riportato in superficie. «Alla fine l’odore non era poi così forte, ma per precauzione abbiamo usato maschere antigas», ha scritto il gruppo nel diario di bordo, pubblicato online a maggio. «Ci siamo sentiti dei veri archeologi, come Indiana Jones degli abissi!» L’analisi ha chiarito che si trattava di una carcassa di balena sul fondale.
«Queste osservazioni ricordano con forza che anche paesaggi sottomarini apparentemente insignificanti possono talvolta ospitare eventi straordinari, come le carcasse di balena sul fondale», ha scritto il gruppo di MAREANO.
Quando una balena muore e la sua carcassa raggiunge il fondo oceanico, può trasformarsi in un’oasi di nutrimento per la vita marina. La carne in decomposizione e le ossa sostengono le comunità locali; la carcassa può inoltre aumentare la ricchezza di specie e offrire un «punto di passaggio» per gli spostamenti e la dispersione di alcuni organismi. Questi resti contribuiscono anche a sequestrare carbonio e riciclare zolfo, azoto e fosforo.
Gli scheletri, però, non sono sempre facili da individuare: le ossa possono sprofondare nei sedimenti e diventare difficili da vedere. Per questo, le carcasse potrebbero essere vulnerabili alle attività minerarie in acque profonde. Il fondale oceanico contiene risorse minerarie, ma ospita anche habitat di cui gli scienziati sanno ancora poco. Una spedizione del 2017 al largo dell’Australia, per esempio, dragò una carcassa naturale di balena da circa 1.000 metri di profondità. Senza adeguate precauzioni, le future esplorazioni potrebbero danneggiare questi ambienti e rimuovere importanti fonti di nutrimento per gli organismi degli abissi.
«Questi rari apporti di materia organica sostengono comunità altamente specializzate e spesso transitorie, la cui dispersione, distribuzione, funzione ecologica e connettività negli abissi restano in gran parte inesplorate», ha spiegato il gruppo norvegese di MAREANO.

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Marlene Pinheiro/MAREANO


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Fonte: sciencealert.com


