Da pochi sedimenti di una grotta spagnola, pesanti quanto pochi chicchi di riso, i ricercatori hanno recuperato DNA nucleare di diversi esseri umani vissuti circa 22.000 anni fa. Nello strato analizzato non c’erano ossa né altri resti umani: le tracce genetiche, probabilmente disperse nell’ambiente attraverso pelle, capelli o sangue, sono state individuate esaminando oltre un miliardo di frammenti di DNA e sequenziando il campione 100 volte. Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università di Vienna, in Austria, è stato pubblicato su Science Advances.
Il DNA sedimentario, o sedaDNA, è il materiale genetico conservato nel terreno. In questo caso, le informazioni recuperate suggeriscono che gli individui fossero per lo più maschi e appartenessero a un gruppo di ascendenza occidentale. Secondo gli autori, avrebbero probabilmente avuto pelle, capelli e occhi scuri. Le tracce potrebbero provenire da persone che si riparavano nella grotta di El Mirón durante la fase più fredda dell’ultima era glaciale in Europa.
Ricavare informazioni da una quantità così ridotta di materiale ha richiesto anche di distinguere il DNA antico dalla contaminazione moderna. Il risultato è particolarmente utile perché gli scheletri di quel periodo e di quella cultura sono rarissimi: sono stati trovati pochi resti umani, e due sono conservati in pessime condizioni. Il sedaDNA permette quindi di studiare individui e popolazioni anche quando non sono rimasti reperti fisici.
«Questo risultato mette in luce la capacità del sedaDNA (DNA sedimentario) di rivelare dinamiche genetiche finora inaccessibili in assenza di resti umani», concludono gli autori, «e collega in modo decisivo i reperti archeologici alle identità genetiche umane».

Gabinete de Prensa del Gobierno de Cantabria/CC BY 3.0
La tecnica potrebbe ampliare le possibilità dell’archeologia, ma restano difficoltà da superare. Una rassegna del 2025 osserva che, con ulteriori sviluppi, il sedaDNA potrebbe aiutare a ricostruire le migrazioni umane, i rapporti tra gruppi di cacciatori-raccoglitori, le prime pratiche agricole, l’addomesticamento e la diffusione delle malattie. «Questo porta l’archeologia a un livello del tutto nuovo di ricerca sui processi, in alcuni degli ambiti più stimolanti dell’archeologia moderna, tra cui la mobilità, l’alimentazione e le storie familiari», si legge nella rassegna. «Nei prossimi anni l’applicazione del sedaDNA a un’ampia varietà di siti e quesiti archeologici aumenterà rapidamente», prevedono gli autori.
Altri studi hanno già mostrato il potenziale di queste analisi. Nel 2021, alcuni ricercatori hanno estratto DNA mitocondriale dal pavimento fangoso di una grotta in Georgia: il materiale genetico apparteneva a una donna vissuta 25.000 anni fa. Quest’anno, invece, è stato trovato DNA umano antico sulla parete di una grotta in Argentina decorata con pitture rupestri. «Anche se non possiamo collegare direttamente le tracce di DNA umano antico che abbiamo trovato alla realizzazione delle pitture rupestri», ha spiegato Alba Bossoms Mesa, antropologa evoluzionista del Max Planck Institute, «questa è la prima prova della conservazione per migliaia di anni di DNA umano sulle pareti di una grotta».

Gelabert et al., Science Advances, 2026
Anche a El Mirón il DNA era già stato studiato. Nel 2025, i ricercatori avevano individuato DNA mitocondriale umano e animale in campioni di terra datati tra 46.000 e 21.000 anni fa. Le tracce indicavano che animali e persone avevano frequentato la grotta in periodi diversi. La nuova ricerca ha invece recuperato DNA nucleare, che contiene informazioni ereditate da entrambi i genitori. Il DNA mitocondriale, al contrario, viene trasmesso soltanto per via materna. Il DNA nucleare offre quindi più elementi per ricostruire la discendenza e capire se le popolazioni dell’Europa occidentale e orientale si mescolarono durante l’ultima era glaciale.
Per approfondire le migrazioni di quel periodo, l’autore principale Pere Gelabert e i colleghi hanno confrontato il DNA di El Mirón con quello di una donna vissuta circa 31.000 anni fa, i cui resti sono stati trovati in Francia, e con un dente rinvenuto nella Spagna settentrionale, datato a circa 25.000 anni fa. Entrambi gli individui sembrano presentare una componente di ascendenza orientale. Questo suggerisce che le popolazioni ai due estremi dell’Europa si incrociassero prima dell’ultimo massimo glaciale. Le tracce di El Mirón, risalenti a circa 22.000 anni fa, mostrano invece soltanto ascendenza occidentale: la mescolanza potrebbe dunque non essere proseguita.
Gli autori invitano però alla cautela. «È fondamentale sottolineare», concludono, «che i nostri dati genomici non indicano una sostituzione su larga scala della popolazione né una discontinuità in questo periodo». Nel complesso, la popolazione dell’Europa sud-occidentale tra 30.000 e 20.000 anni fa sembra essere rimasta relativamente stabile.
I campioni di DNA umano antico disponibili per questa regione e questo periodo sono ancora pochi. Le analisi del sedaDNA hanno tuttavia già quasi raddoppiato le prove genetiche a disposizione. «Saranno essenziali ulteriori ricerche che integrino genomi scheletrici e insiemi di dati sul sedaDNA, per chiarire meglio i processi che hanno plasmato il panorama genetico delle popolazioni del Paleolitico superiore in Europa», concludono Gelabert e colleghi.
Fonte: sciencealert.com


