MEHP e ovaie: alterata l’espressione genica in 7 tipi di cellule

Uno studio del Karolinska Institutet, pubblicato su eBioMedicine, ha analizzato tessuti ovarici umani coltivati in laboratorio. Le cellule gliali sono apparse particolarmente sensibili.

Prove sempre più numerose mostrano che una sostanza chimica comune presente nella plastica può influire sulle ovaie umane

Il MEHP, una sostanza prodotta nell’organismo quando viene metabolizzato il comune plastificante DEHP, ha modificato l’espressione dei geni in sette tipi di cellule ovariche umane coltivate in laboratorio. Le cellule gliali, appartenenti al sistema nervoso e presenti anche nell’ovaio, sono apparse particolarmente sensibili. Lo studio, condotto da ricercatori del Karolinska Institutet e del suo ospedale affiliato in Svezia, è stato pubblicato sulla rivista eBioMedicine. I risultati riguardano campioni di tessuto esaminati in laboratorio e non dimostrano, da soli, che l’esposizione provochi effetti sulla fertilità nelle persone.

Gli ftalati sono sostanze chimiche diffuse in molti prodotti. Il DEHP, o di-2-etilesil ftalato, è il più comune e viene aggiunto ai materiali per renderli flessibili. Si trova, tra l’altro, nei tubi in PVC, nella pellicola trasparente, nelle tende da doccia, nei tubi medicali e nella colla per ciglia. Può raggiungere facilmente l’organismo, soprattutto attraverso alimenti o acqua, ed essere assorbito rapidamente dalla mucosa intestinale. Una volta entrato nel corpo, il DEHP viene trasformato dagli enzimi in MEHP, o mono-(2-etilesil) ftalato. Studi in vitro e sugli animali hanno indicato che questo metabolita può interferire con il sistema endocrino e avere possibili conseguenze sulla fertilità.

Le norme sull’uso del DEHP cambiano molto da un Paese all’altro. Le restrizioni riguardano spesso i giocattoli per bambini, mentre sono meno uniformi per apparecchiature mediche, cosmetici, imballaggi alimentari e articoli per la casa. La regolamentazione deve tenere conto dell’incertezza sui rischi, ma anche dell’utilità di questi prodotti: alcuni sono pratici e redditizi, mentre le apparecchiature mediche possono salvare vite. Per giustificare limiti più ampi servono quindi prove solide dei possibili danni.

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Finora molti studi si sono concentrati sui follicoli ovarici, le strutture che contengono e sostengono gli ovuli. Ma il rilascio di un ovulo dipende anche da numerose altre cellule che circondano i follicoli. La nuova ricerca ha esaminato proprio la risposta di queste cellule al MEHP.

«I nostri risultati mostrano che gli ftalati interessano molti più tipi di cellule nell’ovaio rispetto alle cellule uovo e ai follicoli, che sono stati tradizionalmente al centro della ricerca», afferma Pauliina Damdimopoulou, biologa della riproduzione e prima autrice senior dello studio. «La scoperta più inattesa è che le cellule del sistema nervoso dell’ovaio sembrano particolarmente sensibili all’esposizione».

Il gruppo ha lavorato su campioni di tessuto ovarico provenienti da sette persone. Cinque donatrici avevano fornito il tessuto durante un intervento di rimozione delle ovaie per affermazione di genere; gli altri due campioni erano stati raccolti con una biopsia durante un parto cesareo programmato. Nessuna delle donatrici aveva una storia di patologie ovariche e nessuna fumava al momento dello studio, anche se alcune avevano fumato in passato.

Le cinque persone sottoposte all’intervento per affermazione di genere seguivano una terapia androgenica da tre a otto anni. Questo trattamento può talvolta causare alterazioni ovariche simili a quelle osservate nella sindrome dell’ovaio policistico (PCOS). I campioni potrebbero dunque non rappresentare pienamente la popolazione generale. Il tessuto ovarico umano donato è però difficile da reperire: poche persone con ovaie sane scelgono di rinunciarvi.

Per ragioni etiche, esperimenti di questo tipo sono tra i modi più diretti con cui la ricerca può studiare tessuti umani. Dopo il prelievo, i campioni sono stati coltivati in laboratorio e comprendevano ovociti, cellule della granulosa, cellule stromali, perivascolari, endoteliali, immunitarie e gliali. Per sei giorni, ciascun campione è stato sottoposto a uno di tre trattamenti: un solvente senza MEHP, usato come controllo, oppure MEHP a 20,51 nanomoli per litro (nM) o a 20,51 × 1000 nM. Gli autori definiscono la concentrazione più bassa «epidemiologicamente rilevante», perché corrisponde a un livello di esposizione più realistico.

I ricercatori hanno poi eseguito un sequenziamento a singola cellula, una tecnica che permette di analizzare l’attività dei geni nelle singole cellule, sul tessuto di una delle donatrici: una persona di 23 anni sottoposta a ovariectomia per affermazione di genere. In tutti e sette i tipi cellulari, l’espressione genica — cioè il modo in cui i geni vengono attivati — differiva in misura significativa tra il controllo e i campioni esposti al MEHP. Il risultato suggerisce che il metabolita possa alterare il normale funzionamento delle cellule, ma dovrà essere verificato su tessuti di molte altre persone per stabilire se la risposta sia generalizzabile.

Nella maggior parte dei tipi cellulari, le differenze seguivano un andamento dose-dipendente: all’aumentare dell’esposizione cresceva il numero di geni con espressione alterata. Il MEHP interferiva con processi legati al mantenimento della struttura cellulare, all’adesione e alla fosforilazione ossidativa, una fase essenziale della produzione di energia. Nelle cellule gliali, invece, il numero di geni alterati cambiava poco tra le diverse concentrazioni. Secondo i ricercatori, questo potrebbe indicare una particolare sensibilità di queste cellule al MEHP. L’esposizione riduceva inoltre la capacità delle cellule di comunicare tra loro, soprattutto alle dosi più elevate.

«Nel complesso, le prove attualmente disponibili indicano che gli ftalati alterano la funzione ovarica umana a concentrazioni epidemiologicamente rilevanti, con effetti che vanno oltre il compartimento follicolare», concludono gli autori. «In particolare, la vulnerabilità osservata delle cellule gliali al MEHP suggerisce nuovi meccanismi attraverso i quali le sostanze chimiche ambientali possono alterare la biologia ovarica e potrebbe spiegare i legami segnalati tra l’esposizione agli ftalati e le ovaie policistiche».

I risultati indicano che gli studi sulla tossicità ovarica dovrebbero considerare anche le cellule che non fanno parte dei follicoli e che questo aspetto potrebbe essere utile nelle valutazioni di sicurezza delle sostanze chimiche. Per capire se le alterazioni osservate in laboratorio si traducano in conseguenze per la salute riproduttiva, serviranno ulteriori ricerche su campioni più ampi e rappresentativi.

Fonte: sciencealert.com

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