Grandi anelli di fratture frastagliate e deformità geometriche segnano la crosta di Venere, rompendo la monotonia di un panorama altrimenti sterile. Le chiamano coronae. Sono gigantesche strutture circolari che costellano la superficie del pianeta gemello della Terra, la cui origine esatta rimane un rompicapo per la geofisica planetaria.
Anna Gülcher, ricercatrice specializzata in scienze della Terra e planetarie presso l’Università di Friburgo, in Germania, ha cercato una risposta rielaborando i vecchi dati radar della storica sonda Magellan della NASA, disattivata ormai dal 1994. Il suo team ha sviluppato modelli tridimensionali all’avanguardia per mappare le deformazioni gravitazionali e topografiche di queste strutture. I risultati, presentati all’Assemblea Generale della European Geosciences Union (EGU), aprono uno squarcio sul cuore pulsante del pianeta.
La mappa aggiornata conta ora ben 741 coronae. La più mastodontica di tutte, battezzata Artemis Chasma, vanta un diametro di 2100 chilometri. Se si trovasse sul suolo americano, collegherebbe Denver alla costa pacifica.
Questi cerchi non sono crateri da impatto prodotti da asteroidi vaganti: sono le impronte digitali di violenti pennacchi di magma bollente. Il materiale fuso sale dalle profondità del mantello venusiano spingendo contro la crosta fino a farla sollevare, crepando la superficie in gigantesche ragnatele di roccia prima di collassare parzialmente.
La vera anomalia risiede nella loro incredibile varietà. I modelli 3D rivelano differenze profonde in termini di dimensioni, gravità, morfologia e assetto tettonico. Questa asimmetria strutturale dimostra che le coronae non rispondono a un unico meccanismo geologico fisso, ma a uno spettro fluido di processi dinamici interni ancora in atto.
Incrociando i dati topografici con le simulazioni geodinamiche, la ricerca ha individuato la presenza di risalite attive di mantello caldo sotto almeno 52 di queste strutture. Significa che l’attività geologica venusiana potrebbe essere decisamente più diffusa, caotica e sotterranea di quanto gli attuali strumenti di rilevazione gravitazionale riescano a catturare in superficie. Studiare questi colossi di pietra non serve solo a decifrare il motore termico di Venere, ma offre indizi cruciali per capire se dinamiche simili abbiano modellato anche la Terra primitiva, prima che si stabilizzasse la tettonica a placche che conosciamo oggi.
Per dirla in modo molto semplice: Venere non è un guscio di roccia morto e immobile. Sotto la sua densa atmosfera acida si nascondono gigantesche bolle di roccia fusa che spingono verso l’alto come l’acqua che bolle in una pentola, deformando la crosta in enormi anelli e lasciando la superficie perennemente tormentata da cicatrici vulcaniche.

