Onde colossali capaci di squarciare i continenti, terremoti globali e cieli oscurati da ceneri vulcaniche per anni: la storia profonda della Terra è segnata da cicli di devastazione che potrebbero avere un’origine ben più subdola dei classici impatti di asteroidi. Daniele Fargion, fisico teorico dell’Università di Roma, ha avanzato un’ipotesi radicale in uno studio presentato alla conferenza Multi-frequency Behaviour of High Energy Cosmic Sources. Le grandi estinzioni di massa degli ultimi 600 milioni di anni sarebbero state innescate dal passaggio ravvicinato di pianeti nani o corpi celesti di massa planetaria provenienti dalle periferie del Sistema Solare.
Non si parla di impatti diretti. La minaccia invisibile risiede nelle forze di marea gravitazionale. Nel profondo dello spazio esterno orbitano migliaia di pianeti nani, corpi massicci simili a Plutone che, a causa di perturbazioni orbitali, possono scivolare verso l’interno del Sistema Solare. Quando uno di questi giganti sfiora la Terra, l’attrazione gravitazionale deforma la crosta terrestre, genera un surriscaldamento interno del pianeta e scatena eruzioni vulcaniche su scala globale, accompagnate da tsunami persistenti.
Il cataclisma perfetto si compie senza lasciare un cratere.
La prova di questi antichi incontri ravvicinati si nasconde nei record geologici e nei fossili. L’estinzione del Permiano-Triassico di 251 milioni di anni fa, la più devastante di sempre con la scomparsa fino al 95% delle specie, non mostra tracce di crateri meteoritici significativi o anomalie da iridio, elementi tipici dell’impatto che cancellò i dinosauri. I coralli fossili del Devoniano rivelano una frenata improvvisa nella rotazione terrestre: la distanza tra la Terra e la Luna aumentò repentinamente, un effetto spiegabile solo con la spinta gravitazionale di un corpo estraneo in transito.
Giove stesso porta i segni di questo bombardamento silenzioso, con un’inclinazione assiale e un calore interno anomalo compatibili con sedici scontri storici con oggetti massicci. Fargion suggerisce che la fragilità della vita planetaria di fronte a questi cicli cosmici potrebbe spiegare il paradosso di Fermi sulla rarità delle civiltà extraterrestri.
In parole povere, per spazzare via la vita su un pianeta non serve che un asteroide lo colpisca in pieno: basta che un pianeta vagabondo gli passi abbastanza vicino da sollevare gli oceani e scuotere la terra sotto i piedi delle specie che lo popolano.
