Homo naledi: Nuove scoperte sul sesso e rituali di sepoltura

Esplorando il mistero della biologia e cultura di Homo naledi

Scoperta di Homo naledi e il mistero del sesso

Nel 2013, un’importante scoperta archeologica ha portato alla luce una nuova specie umana antica, conosciuta come Homo naledi, grazie ai reperti rinvenuti in un sito unico in Sudafrica. Gli archeologi hanno inizialmente identificato 15 individui all’interno del complesso di grotte noto come Rising Star. Tuttavia, recenti indagini hanno rivelato l’esistenza di almeno 20 esemplari di questi antichi esseri umani, vissuti tra 236.000 e 335.000 anni fa. Un’analisi approfondita delle proteine antiche conservate nei denti di questi individui ha sollevato interrogativi affascinanti. Il sito potrebbe essere sorprendentemente privo di maschi, suggerendo che potrebbe trattarsi di un luogo esclusivamente femminile. Se questa ipotesi fosse confermata, potrebbe fornire nuove evidenze a sostegno della teoria secondo cui Rising Star rappresenterebbe le prime manifestazioni di rituali di sepoltura deliberati da parte di esseri umani.

Uno studio sui denti antichi suggerisce che tutti i nostri campioni del parente umano estinto Homo Naledi siano femmine
Lo smalto dentale preserva frammenti di proteine antiche molto meglio di qualsiasi altra parte del corpo umano. Ecco perché è così utile nello studio degli esseri umani antichi. Qui è mostrato un osso della mascella di
Lee Roger Berger team di ricerca/Wikimedia Commons

Analisi del sesso degli individui di Homo naledi

Per determinare il sesso degli individui di H. naledi, i ricercatori hanno analizzato la presenza di peptidi specifici legati a una proteina codificata dal cromosoma Y umano, rinvenuta nello smalto dentale dei fossili. L’amelogenina X è presente in entrambi i sessi, poiché entrambi possiedono cromosomi X. Tuttavia, l’amelogenina Y è esclusiva del cromosoma Y e associata al sesso maschile. Sorprendentemente, in tutti i campioni di smalto dentale esaminati non è stata trovata alcuna traccia di amelogenina Y. Come affermava il celebre astronomo Carl Sagan, l’assenza di prove non equivale a prova di assenza. Pertanto, non è possibile affermare con certezza che tutti gli individui rinvenuti a Rising Star avessero un assetto cromosomico femminile XX. Ciò che è certo è che i peptidi caratteristici dell’amelogenina Y non erano presenti nei campioni analizzati.

Implicazioni della scoperta per la biologia di Homo naledi

Il team di ricerca sottolinea che l’assenza di amelogenina Y potrebbe essere interpretata in vari modi. Il gruppo potrebbe essere composto esclusivamente da femmine, oppure i maschi di questa popolazione di H. naledi potrebbero aver perso il gene per ragioni ancora sconosciute. Entrambi gli scenari avrebbero implicazioni significative per la comprensione della biologia e dell’evoluzione di H. naledi. L’analisi statistica condotta suggerisce che è altamente probabile che la maggior parte degli individui rinvenuti fosse di sesso femminile. Tuttavia, questa osservazione non costituisce una conferma definitiva. Per quanto riguarda il DNA antico, che tende a preservarsi meglio in climi caldi nel corso di lunghi periodi, le firme peptidiche di amelogenina X e Y rappresentano le uniche tracce biomolecolari attualmente disponibili per determinare il sesso dei fossili umani antichi.

Il mistero della sepoltura di Homo naledi

Lo studio in questione contribuisce a risolvere un mistero di lunga data riguardo alla mancanza di variazione significativa in Homo naledi. Una spiegazione plausibile è che tutti i reperti possano appartenere a un solo sesso. Se così fosse, la domanda che sorge è: dove si trovano i maschi? La riproduzione umana richiede un gamete di ciascun sesso. È possibile che la cultura di H. naledi praticasse sepolture in luoghi distinti in base al sesso, sebbene la questione se tali sepolture fossero intenzionali rimanga oggetto di dibattito tra gli esperti. Se Rising Star fosse effettivamente un sito di sepoltura, potrebbe essere riservato alle femmine, lasciando aperta la possibilità che esista un’altra grotta, nascosta nel sottosuolo, contenente i resti dei maschi.

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Controversie sulla cultura di Homo naledi

Alcuni scienziati mettono in dubbio la capacità di H. naledi, caratterizzati da cervelli relativamente piccoli, di praticare rituali culturali complessi. Tuttavia, altri, incluso il team che ha descritto i reperti nella grotta di Rising Star, sostengono che non sia la dimensione del cervello a determinare la capacità di sviluppare pratiche culturali. I paleontologi non coinvolti negli studi su H. naledi hanno espresso scetticismo riguardo alla solidità delle prove, ritenendole poco convincenti. Un articolo precedente del paleoantropologo Lee Berger, che ha partecipato anche a questo nuovo studio, sosteneva che H. naledi praticasse sepolture deliberate, ma tale affermazione è stata criticata da altri ricercatori nel campo. Il nuovo articolo, tuttavia, evita di fare affermazioni audaci, sottolineando la necessità di ulteriori prove per chiarire come questi risultati si inseriscano nella teoria della sepoltura.

Possibili spiegazioni per l’assenza di marcatori maschili

Inoltre, è interessante considerare un’altra possibile spiegazione per l’assenza di peptidi legati al cromosoma Y in questi campioni. Le sequenze proteiche analizzate suggeriscono che la popolazione di H. naledi avesse una diversità genetica molto bassa, probabilmente influenzata da isolamento e/o consanguineità. Questa condizione potrebbe aver portato a una mutazione genetica o alla perdita del gene per l’amelogenina Y, una mutazione che potrebbe diffondersi facilmente attraverso un collo di bottiglia genetico. Se questa ipotesi fosse corretta, alcuni degli individui rinvenuti a Rising Star potrebbero essere maschi, ma semplicemente non presentano le caratteristiche attualmente utilizzate dagli archeologi per classificarli.

Conclusioni sulla ricerca di Homo naledi

La mancanza di marcatori maschili nel gruppo è un aspetto affascinante. Come sottolinea il chimico dei fossili Marc Dickinson, dell’Università di York nel Regno Unito, è incredibilmente emozionante avere una finestra non solo sulla biologia dei nostri antenati, ma anche su come vivevano. Questi risultati offrono rare intuizioni su una cultura che, fino ad ora, è stata difficile da esplorare direttamente. I progressi nell’analisi delle proteine antiche stanno aprendo la strada a una comprensione molto più ricca e sfumata degli ominidi antichi. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Cell, segnando un passo significativo nel campo della paleoantropologia.

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Cranio di uno
John Hawks/Enciclopedia di Storia Mondiale