Le misurazioni sui dadi ritrovati negli scavi raccontano una storia diversa da quella che ci si aspetterebbe. Per secoli l’equilibrio del cubo non è stato un requisito, e la spiegazione riguarda il modo di intendere il caso più che la qualità della manifattura.
Un dado moderno è un cubo quasi perfetto, con facce uguali, baricentro al centro e sei esiti che hanno la stessa probabilità di uscire. Nella storia del gioco questa condizione è una novità recente.
Nel 2017, su Acta Archaeologica, gli archeologi Jelmer Eerkens e Alex de Voogt hanno pubblicato le misure di 110 dadi ben datati, tutti provenienti da scavi nei Paesi Bassi, in un arco che va dall’età romana al periodo post-medievale. Fra gli esemplari romani la quota di dadi visibilmente asimmetrici sta tra l’80 e il 90 per cento, contro meno della metà di quelli medievali e post-medievali, e nemmeno la disposizione dei numeri sulle facce segue uno schema fisso.
Un secondo lavoro degli stessi ricercatori, uscito nel 2022 su Archaeological and Anthropological Sciences, è entrato nel dettaglio di 28 dadi romani. Le forme si distribuiscono lungo una scala continua, dal cubo regolare a parallelepipedi in cui il lato lungo supera del 50 per cento quello corto.
Il cambio di rotta dopo il 1450
Gli esemplari anteriori al 650 dopo Cristo variano in ogni caratteristica misurata. Quelli compresi fra il 1100 e il 1450 risultano già standardizzati, e dopo il 1450 si fissano simmetria e numerazione nella forma attuale, con le facce opposte che sommano sette.
L’ipotesi dei due autori riguarda l’interpretazione del lancio. Se l’esito dipende dal destino o dalla volontà di una divinità, la forma dell’oggetto conta poco, perché non è il cubo a decidere. Quando il caso comincia a essere pensato in termini di probabilità, l’equità dello strumento diventa un problema tecnico da risolvere. I ricercatori la presentano come lettura possibile e non come conclusione dimostrata.
La cronologia aiuta il ragionamento. Il calcolo delle probabilità nasce come disciplina nel 1654, dal carteggio fra Blaise Pascal e Pierre de Fermat su un problema posto da un giocatore, quindi la standardizzazione dei dadi precede di due secoli la matematica che l’avrebbe giustificata.
Un vizio diffuso e formalmente vietato
Le fonti letterarie descrivono una pratica di massa. Svetonio racconta che Augusto giocava a dadi abitualmente e senza nasconderlo, e attribuisce a Claudio un trattato dedicato al gioco. Marziale e Giovenale tornano sul tema con il tono di chi descrive un’abitudine comune.
Sul piano giuridico le scommesse sui giochi d’azzardo erano vietate, con l’eccezione dei giorni dei Saturnalia, e chi vinceva al tavolo non poteva rivolgersi a un magistrato per farsi pagare. Il divieto conviveva con la pratica, lasciandola priva di tutela.
Le tracce materiali confermano il quadro. Sui gradini della Basilica Giulia, nel Foro Romano, restano incisi gli schemi di gioco tracciati da chi passava lì le giornate. A Pompei, negli ambienti delle osterie riportati alla luce dal Parco Archeologico di Pompei, un affresco mostra due giocatori che litigano su un lancio contestato, con le battute scritte accanto alle figure.
Sul rapporto fra quelle abitudini e la giornata tipo di un romano esiste una ricostruzione della vita quotidiana dei Romani basata sulle fonti antiche, dai pasti mattutini ai rituali di bellezza descritti da Ovidio.
L’archeologia romana rivede spesso le proprie letture quando arriva una misura nuova. Nelle scorse settimane un edificio ritenuto un tempio potrebbe essersi rivelato una biblioteca di 1700 anni. Per i dadi lo strumento decisivo è stato un calibro a corsoio, e nessuno lo aveva usato in modo sistematico prima.

