Nuovo studio rivela resti di DNA vegetale sulla Sacra Sindone

Analisi genetiche rivelano tracce vegetali sulla Sindone di Torino, indicando contaminazioni accumulate nel corso dei secoli senza chiarirne l’origine.

Lo studio preliminare pubblicato su bioRxiv rappresenta un nuovo tentativo di indagare la complessa storia della Sindone di Torino attraverso tecniche moderne di analisi genetica. I ricercatori hanno lavorato su campioni raccolti già nel 1978, esaminando non resti visibili ma minuscoli frammenti di DNA presenti nella polvere e nelle fibre del telo. Attraverso la metagenomica, sono riusciti a identificare una sorprendente varietà di specie vegetali, segno che la Sindone ha accumulato nel tempo tracce biologiche provenienti da ambienti, luoghi e persone diverse con cui è entrata in contatto nel corso dei secoli.
Tra le specie più rappresentate emerge la carota (Daucus carota), che da sola costituisce circa il 30% delle sequenze vegetali individuate, seguita dal grano tenero (Triticum aestivum) con poco più dell’11%. Oltre a queste, sono stati identificati numerosi altri cereali — come grano duro, monococco, mais e segale — insieme a colture orticole come peperoni, pomodori, patate, meloni e cetrioli. Il DNA rilevato non indica la presenza di cibo in senso diretto, ma riflette piuttosto contaminazioni indirette, probabilmente dovute al contatto con mani, ambienti agricoli, polveri o materiali utilizzati durante esposizioni e conservazione.
Particolarmente significativa è la presenza di specie provenienti dal Nuovo Mondo, come mais, pomodori e arachidi, che non erano conosciute in Europa prima del viaggio di Viaggio di Cristoforo Colombo del 1492. Questo elemento suggerisce con forza che almeno una parte delle tracce genetiche si sia depositata sulla Sindone in epoca successiva al XV secolo, rafforzando l’ipotesi di contaminazioni progressive nel tempo. Allo stesso modo, sono state trovate tracce di alberi da frutto — tra cui banana, mandorlo, noce e arancio — insieme a segnali più deboli di fico, vite, melo e altre specie, a testimonianza di un’esposizione a contesti ambientali molto diversi.


Gli autori dello studio sottolineano però un punto cruciale: questa analisi non consente di stabilire l’età della Sindone. La metagenomica, infatti, permette di identificare quali organismi abbiano lasciato tracce sul telo, ma non quando ciò sia avvenuto. Di conseguenza, i risultati non forniscono prove definitive né a favore di un’origine medievale né di una datazione più antica. Piuttosto, offrono una sorta di “archivio biologico” che racconta secoli di interazioni umane, culturali ed ecologiche.


Questa ricerca si inserisce in un dibattito scientifico molto acceso e ancora irrisolto. La datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988 colloca il tessuto tra il 1260 e il 1390, suggerendo un’origine medievale. Tuttavia, studi più recenti — come quelli condotti dall’Istituto Italiano di Cristallografia con tecniche di diffrazione a raggi X — hanno prodotto risultati compatibili con un’età di circa 2000 anni, in linea con la tradizione che identifica la Sindone come il lenzuolo funerario di Gesù Cristo. Nel complesso, questo nuovo studio non risolve il mistero della Sindone, ma aggiunge un tassello importante: mostra quanto il telo sia stato esposto a contaminazioni nel corso della sua lunga storia. Più che fornire una risposta definitiva sulla sua autenticità, evidenzia quanto sia difficile distinguere tra tracce originarie e quelle accumulate nei secoli, rendendo la Sindone non solo un oggetto religioso e storico, ma anche un caso estremamente complesso dal punto di vista scientifico.