Il confine che separa il pensiero cosciente dal sogno è decisamente più sfumato di quanto la neurofisiologia classica abbia finora ipotizzato. La transizione tra la veglia e il sonno non si comporta come un interruttore netto, ma assomiglia piuttosto a un territorio di sovrapposizione in cui l’attività onirica può manifestarsi prima che il cervello sia tecnicamente addormentato.
A scardinare la rigida sequenza temporale che prevede il pensiero logico, poi l’addormentamento e infine il sogno, è una ricerca coordinata da Delphine Oudiette del Paris Brain Institute (pubblicata sulla rivista Cell Reports). Il team, analizzando le oscillazioni cerebrali nella fase di transizione, ha dimostrato che stati mentali bizzarri e onirici emergono regolarmente durante la veglia, mentre riflessioni ordinarie e pianificazioni concrete persistono anche dopo l’ingresso nel sonno leggero.
Il protocollo sperimentale ha coinvolto 92 partecipanti sani in grado di addormentarsi facilmente in laboratorio. Monitorati attraverso un casco EEG a 64 canali per registrarne l’attività cerebrale, i volontari sono stati fatti accomodare in una stanza buia. Durante una delle sessioni di riposo, i soggetti tenevano in mano una bottiglia: l’allentamento del tono muscolare dovuto all’assopimento causava la caduta dell’oggetto, il cui rumore li svegliava immediatamente. In altre sessioni, il risveglio veniva indotto tramite allarmi programmati.
Al momento dell’interruzione, i ricercatori hanno raccolto 375 resoconti dettagliati sulle esperienze mentali vissute negli ultimi dieci secondi, chiedendo ai partecipanti di valutarne la bizzarria, la frammentazione e il livello di spontaneità. Un algoritmo di clustering ha poi classificato questi dati in quattro categorie distinte: pensieri fugaci e frammentati, percezioni legate all’ambiente circostante, narrazioni bizzarre/oniriche e pianificazioni strutturate per il giorno successivo.
L’incrocio tra i resoconti e i tracciati elettroencefalografici ha riservato la sorpresa maggiore. I marcatori elettrici tipici della veglia e quelli del sonno leggero (gli stadi N1 e N2, caratterizzati da complessi K e fusi del sonno) non corrispondevano affatto al tipo di pensiero dichiarato. Soggetti clinicamente svegli secondo l’EEG hanno riferito visioni surreali, come formiche che camminavano su uno sfondo di parole crociate. Al contrario, partecipanti già immersi nel sonno profondo stavano ancora organizzando mentalmente l’agenda lavorativa dell’indomani.
Dal punto di vista neurologico, lo stato onirico-bizzarro ha mostrato una chiara firma indipendente dallo stadio di sonno: una drastica riduzione della connettività a lungo raggio, in particolare tra le regioni frontali (responsabili del controllo esecutivo e dell’attenzione) e quelle occipitali (deputate all’elaborazione visiva). Quando queste aree smettono di dialogare in modo sincronizzato, il ragionamento logico perde il controllo del flusso di coscienza, lasciando campo libero alle sensazioni vivide del sogno.
Questa scomposizione della transizione a macchia di leopardo potrebbe spiegare i meccanismi dell’insonnia paradossale, un disturbo per cui i pazienti riferiscono di aver passato la notte in bianco nonostante i tracciati clinici registrino diverse ore di sonno reale. Molto probabilmente, i criteri standard basati solo sulle onde cerebrali ignorano il contenuto mentale, che per questi pazienti rimane ancorato a uno stato di iper-connessione con l’esterno anche in pieno sonno.
In parole povere, sognare non richiede che il cervello si spenga del tutto. Il sogno è un flusso visivo e bizzarro che viaggia su un binario indipendente rispetto a quanto siamo vigili, e spesso sale a bordo della nostra mente quando siamo convinti di essere ancora perfettamente svegli.
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