Beatriz Villarroel, ricercatrice dell’Instituto de Astrofísica de Canarias, ha riaperto un caso che l’astronomia moderna aveva archiviato come un’anomalia chimica delle vecchie pellicole. Al centro della ricerca ci sono le lastre fotografiche del Palomar Sky Survey dell’aprile 1952. In quei documenti storici, nove sorgenti luminose puntiformi appaiono in un quadratino di cielo per poi svanire nel nulla nel giro di soli 30 minuti. Non si tratta di un difetto fisico della lastra: la forma delle luci corrisponde perfettamente al profilo di stelle reali.
Nove stelle che si accendono e si spengono simultaneamente non seguono alcuna legge dell’astrofisica nota.
Il team di Villarroel, impegnato nel progetto VASCO (Vanishing & Appearing Sources during a Century of Observations), ha proceduto per eliminazione sistematica. Non potevano essere asteroidi: in mezz’ora di esposizione avrebbero lasciato una scia, non un punto fisso. Non potevano essere supernove, che impiegano mesi a svanire, né flare stellari, che non colpiscono nove astri vicini nello stesso istante. Ma il dato più aggressivo è quello cronologico: nel 1952 lo Sputnik non esisteva ancora. Non c’era nulla di umano in orbita capace di riflettere la luce solare (i cosiddetti glints).

Lo studio ipotizza che queste luci possano essere tecnofirme non umane. Se non sono fenomeni naturali e non sono oggetti terrestri — visto che l’era spaziale non era ancora iniziata — l’unica spiegazione rimanente è la presenza di oggetti artificiali di origine esterna situati nei pressi della Terra.
La probabilità che nove eventi naturali indipendenti si verifichino nello stesso istante e nello stesso punto è praticamente zero.
Resta il fatto che quel 12 aprile 1952, il cielo ha registrato qualcosa che la scienza di oggi non riesce a catalogare. Senza l’aiuto di satelliti o detriti spaziali prodotti dall’uomo, quelle luci rimangono testimoni silenziosi di una tecnologia che non ci apparteneva.
Il mistero del 1952 non concede risposte univoche, ma costringe a muoversi su un terreno scivoloso dove il confine tra astrofisica e fantascienza si assottiglia. Le opzioni sul tavolo sono poche e tutte, a loro modo, radicali.
Ipotesi 1: Il “Glint” di tecnologie non umane
È la spiegazione più estrema ma logicamente coerente con l’assenza di attività spaziale terrestre nel 1952. Se nove oggetti artificiali fossero stati in orbita attorno alla Terra, avrebbero potuto riflettere la luce solare verso l’obiettivo del telescopio Palomar per una frazione di secondo. Non essendoci satelliti umani, l’origine di tali specchi cosmici rimarrebbe esterna.
Ipotesi 2: inquinamento da radioattività atmosferica
Alcuni ricercatori ipotizzano che i massicci test nucleari condotti negli anni ’50 abbiano saturato l’atmosfera di polveri radioattive o abbiano innescato fenomeni di luminescenza ad alta quota. Queste “scintille” atomiche avrebbero potuto impressionare le lastre fotografiche, simulando la presenza di stelle dove in realtà c’era solo l’eco di un’esplosione terrestre.
Ipotesi 3: fenomeni naturali estremi
L’universo potrebbe nascondere una classe di oggetti, chiamati transienti veloci, che emettono lampi di luce visibile per brevissimi istanti per poi spegnersi per sempre. Tuttavia, il fatto che nove di questi eventi siano accaduti contemporaneamente e nello stesso quadrante rende questa spiegazione statisticamente quasi impossibile.
Ipotesi 4: Difetti Sistematici della Lastra
Nonostante le analisi digitali suggeriscano che i punti abbiano la stessa struttura delle stelle reali, non si può escludere al 100% una contaminazione chimica avvenuta durante lo sviluppo della pellicola al Palomar. Una reazione a catena nel gel d’argento potrebbe aver creato dei “falsi positivi” geometricamente ordinati.
