Montagne asimmetriche nella regione equatoriale di Oz Terra, lunghe oltre 200 chilometri, e faglie orientate lungo precise direttrici polari. È la firma geologica che il rallentamento della rotazione impresso dalle forze mareali (un processo noto come despinning) ha inciso sulla crosta ghiacciata di Caronte, la luna più grande di Plutone.
Il geologo planetario Hanzhang Chen, ricercatore presso l’Università della California a Los Angeles (UCLA) e l’ETH di Zurigo, ha coordinato uno studio pubblicato su Nature Communications che ricostruisce questa drastica frenata orbitale.
A differenza di mondi geologicamente iperattivi o flagellati da atmosfere dinamiche, Caronte si comporta come un archivio fossile. La sua superficie, sostanzialmente immutata da quattro miliardi di anni, conserva le cicatrici della sua giovinezza. Analizzando i dati d’archivio raccolti dallo storico sorvolo della sonda New Horizons della NASA, Chen e il suo gruppo di ricerca hanno sviluppato un modello fisico-geologico per mappare le sollecitazioni tettoniche sul satellite.
I risultati indicano che nelle sue prime fasi di vita Caronte ruotasse sul proprio asse in appena 14,3 ore.
Oggi, bloccato in una morsa gravitazionale sincrona con Plutone, impiega circa 153,3 ore (poco più di sei giorni terrestri) per compiere un singolo giro. La transizione da trottola impazzita a corpo quasi immobile ha generato imponenti forze di compressione dovute alla perdita dello schiacciamento polare: ruotando più lentamente, la luna ha teso a riassumere una forma sferica, accorciando la sua fascia equatoriale di circa l’1%.
Questo restringimento ha letteralmente accartocciato la superficie nella regione equatoriale di Oz Terra, sollevando le catene montuose asimmetriche individuate dal team. Al polo, di contro, il medesimo rilassamento della forza centrifuga ha stirato la crosta, aprendo faglie distensive orientate in direzione est-ovest.
I modelli matematici elaborati dal team di Chen hanno inoltre permesso di stimare lo spessore della porzione esterna del satellite al tempo della frenata: Caronte possedeva già un guscio di ghiaccio solido spesso tra i 30 e i 36 chilometri.
Il lavoro getta luce su una tecnica di indagine esportabile. Decifrare le rughe superficiali di mondi geologicamente pigri permette di calcolare la velocità di rotazione originaria di corpi ghiacciati remoti, offrendo un regolo per misurare le dinamiche primordiali del sistema solare esterno.
Per capire l’effetto di questa colossale frenata gravitazionale, basta pensare a cosa accadrebbe a un’arancia che gira velocissima su se stessa se venisse improvvisamente rallentata: la sua pancia si sgonfierebbe e la buccia, non potendo rimpicciolirsi di colpo, finirebbe per riempirsi di vistose pieghe e spaccature.
