I termometri marini posizionati nella fascia tropicale dell’Oceano Pacifico orientale registravano a inizio agosto 2026 un’anomalia termica di 2,6 gradi Celsius sopra la media storica. La crescita repentina delle temperature superficiali ha spinto l’Organizzazione Meteorologica Mondiale a lanciare un avviso di emergenza: l’evento di El Niño iniziato a giugno possiede una probabilità pari al 100 per cento di prolungarsi almeno fino a febbraio 2027. António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha descritto l’evento parlando di un pianeta entrato in una fase importante nei modelli storici.
L’impatto del fenomeno oceanico si somma a decenni di riscaldamento globale di matrice antropica, rendendo complessi i confronti con il passato. Zeke Hausfather, scienziato del clima presso il centro di ricerca Berkeley Earth, ha ricordato come il super El Niño del 1997/1998, ritenuto tra i più violenti della storia recente con un costo economico di 5.700 miliardi di dollari e circa 23.000 vittime, si sia sviluppato in un contesto globale nettamente diverso. Dal 2011 a oggi, ogni anno ha registrato temperature medie globali superiori a quelle del 1998. La presenza di infrastrutture di monitoraggio più sofisticate e sistemi di allerta precoce dovrebbe mitigare la perdita di vite umane, ma Hausfather stimano che i danni materiali complessivi raggiungeranno facilmente centinaia o migliaia di miliardi di dollari.
La Segretaria Generale dell’OMM, Celeste Saulo, ha confermato il coordinamento con il sistema umanitario dell’ONU per fornire dati alle filiere agricole, alla gestione delle risorse idriche e al settore energetico. L’evento in corso sta già alterando le dinamiche meteorologiche a scala planetaria; la soppressione della formazione di uragani nell’Atlantico durante l’estate ne costituisce un segnale diretto. Nei contesti tropicali, le carenze idriche e il calo delle rese agricole rappresentano i rischi imminenti per i quali le organizzazioni internazionali chiedono una pianificazione immediata.


