Un cranio romano rivela il volto di un uomo decapitato in Scozia

I ricercatori dei National Museums Scotland hanno ricostruito il volto di un uomo morto a Inveresk nel II secolo. Le analisi suggeriscono che fosse cresciuto nel sud della Britannia e lavorasse per l’esercito romano.

Foto di un uomo calvo con la barba grigia su sfondo nero

Un uomo originario della Britannia meridionale, morto tra il 142 e il 165 d.C. a circa 50 anni, fu decapitato dopo la morte e sepolto vicino al forte romano di Inveresk, in Scozia. I ricercatori ne hanno ricostruito virtualmente il volto a partire dal cranio. Le analisi suggeriscono che fosse cresciuto nel sud della Britannia e che, al momento della morte, lavorasse probabilmente per l’esercito romano, anche se non necessariamente come soldato.

La ricostruzione è stata realizzata dai ricercatori dei National Museums Scotland insieme a Christopher Rynn, antropologo forense indipendente con sede nel Regno Unito. La forma del cranio ha guidato la ricostruzione; il volto è stato raffigurato senza barba, in linea con le usanze dell’epoca.

Non è chiaro perché l’uomo fosse stato decapitato. La sepoltura, tuttavia, sembra essere stata dignitosa e diversa da quelle dei criminali giustiziati, spesso decapitati nella Britannia romana. A Inveresk sono stati rinvenuti i resti di sei sepolture di epoca romana: quattro dei defunti erano stati decapitati in modo analogo, secondo una dichiarazione dei National Museums Scotland.

La pratica potrebbe essere stata un rito funerario poco noto di alcuni Britanni del sud. Nella stessa regione sono state trovate altre sepolture senza testa, risalenti all’incirca allo stesso periodo. È un’ipotesi, ha precisato a Live Science John H. Reid, archeologo del Trimontium Trust che non ha partecipato agli scavi. Reid è autore del libro The Eagle and the Bear: A New History of Roman Scotland (Birlinn, 2023).

Ricostruzione digitale del volto di un uomo con occhi scuri e capelli scuri
La ricostruzione del volto si basa sulla forma del cranio dell’uomo. Qui è raffigurato senza barba, in base a ciò che era comune all’epoca.

Anche la presenza di un uomo originario del sud alla frontiera romana resta da spiegare. Secondo i ricercatori, probabilmente prestava servizio per l’esercito. Nell’esercito romano, ha osservato Reid, i non Romani potevano lavorare come servitori o artigiani al seguito delle legioni, entrare nelle unità ausiliarie o persino servire nelle legioni composte da cittadini. All’epoca del Vallo Antonino, pochi membri dell’esercito romano in Scozia provenivano dalla penisola italiana.

Lo scheletro mostra che il braccio destro aveva una mobilità molto limitata, tale da impedirgli probabilmente di usare una spada. Per questo i ricercatori ritengono che non fosse un combattente. Potrebbe però aver usato armi con l’altra mano o svolto un incarico non in prima linea, per esempio quello di scrivano. «Potrebbe essere stato mancino oppure aver svolto un “lavoro d’ufficio”», ha detto Reid a Live Science.

Una donna con gli occhiali e guanti viola in lattice guarda un cranio umano marrone.
Jess Turner, osteoarcheologa presso i National Museums Scotland, con il cranio dell’uomo sepolto fuori dal forte romano di Inveresk.

L’analisi dello scheletro indica che l’uomo aveva condotto una vita attiva. Il naso era stato fratturato e poi si era rimarginato; il gomito destro presentava una notevole crescita ossea, forse legata all’artrite. Reid ha spiegato che questa crescita potrebbe essere stata una risposta dell’organismo a una lesione fisica.

Per ricostruire la provenienza dell’uomo, i ricercatori hanno analizzato i rapporti tra gli isotopi, cioè le diverse varianti degli elementi chimici, nei suoi resti. I risultati indicano che potrebbe essere cresciuto nella Britannia meridionale. Un’altra possibilità è che provenisse da una regione vicina, come la costa dell’attuale Paesi Bassi, che avrebbe potuto lasciare nei resti un profilo isotopico simile.

Il forte di Inveresk fu costruito intorno al 140 d.C. sulla costa orientale della Scozia, poco a sud-est dell’attuale Edimburgo. Era un centro di comando e rifornimento per i forti lungo il Vallo Antonino, una linea che attraversava la Scozia nel tratto più breve tra le coste occidentale e orientale, all’incirca lungo il percorso che oggi collega Glasgow ed Edimburgo. All’epoca, però, nessuna delle due città esisteva.

Dopo l’invasione della Britannia sotto l’imperatore Claudio, nel 43 d.C., i Romani tentarono di sottomettere tutta la Scozia. Intorno all’83 d.C. sconfissero una coalizione di tribù caledoni locali nella battaglia del Mons Graupius, forse combattuta nei pressi dell’attuale Perth. Verso il 120 d.C. si erano però ritirati sulla linea fortificata del Vallo di Adriano, vicino all’attuale confine tra Inghilterra e Scozia. Il forte di Inveresk fu costruito in vista di una nuova offensiva, che mirava a consolidare il controllo romano sulla Scozia meridionale con la costruzione del Vallo Antonino. Anche questo tentativo fallì: dopo il 162 d.C. i Romani si ritirarono nuovamente dietro il Vallo di Adriano, dove rimasero fino al crollo definitivo del dominio romano in Britannia, all’inizio del V secolo.

Il ritrovamento è insolito anche perché, come ha spiegato Reid a Live Science, il suolo scozzese conserva raramente scheletri umani. Reid e i suoi colleghi hanno inoltre documentato la presenza dell’esercito romano a Burnswark, nella Scozia meridionale, dove sono stati trovati, tra le altre cose, proiettili da fionda fischianti usati contro i nemici definiti «barbari». Gli scavi nel sito sono ancora in corso.

Fonte: livescience.com

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