Una piscina olimpionica di acqua al secondo per sette minuti di fila, oppure 400.000 vasche olimpiche stipate tra i crateri polari. A tanto ammonta l’ipotesi più ottimistica sulle riserve idriche della Luna, stimate in circa un miliardo di tonnellate. Martin Elvis e Jonathan McDowell, due astrofisici del Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, hanno provato a fare i conti con queste cifre proiettandole sul futuro dell’esplorazione spaziale. Nel loro modello teorico, una città lunare popolata da un milione di abitanti, capace di riciclare l’acqua con un’efficienza del 98 per cento (uno standard identico a quello oggi in uso sulla Stazione Spaziale Internazionale), prosciugherebbe ogni risorsa locale in poco più di cento anni.
Le rilevazioni geologiche e spettroscopiche reali suggeriscono però una disponibilità fino a trenta volte inferiore rispetto a questa stima di massima. In uno scenario più aderente ai dati raccolti dalle sonde orbitali, la sopravvivenza idrica di un metropoli extraterrestre crollerebbe a manciata di anni. La criticità diminuisce proporzionalmente con la riduzione della scala urbana: insediamenti da mille o diecimila persone riuscirebbero a resistere per diversi secoli. La scarsità idrica si somma poi al deficit di altri elementi chiave per la vita quotidiana, primo fra tutti il carbonio, quasi assente sul suolo lunare se non nei depositi biologici artificiali lasciati dalle missioni Apollo. La dipendenza dai rifornimenti terrestri o l’estrazione da asteroidi di passaggio restano al momento le uniche alternative tecnologiche per scongiurare un precoce abbandono del satellite.


