Due forti terremoti registrati nell’Oceano Atlantico preoccupano gli scienziati

Due forti terremoti nell’Atlantico fanno scattare l’allarme: un esperto teme una possibile reazione a catena

Due forti terremoti registrati nell’Oceano Atlantico preoccupano gli scienziati

Due forti terremoti hanno colpito l’Oceano Atlantico a poche ore di distanza l’uno dall’altro, riaccendendo l’attenzione degli esperti sulla dinamica delle placche tettoniche e sulla possibilità che grandi eventi sismici possano influenzare faglie situate a migliaia di chilometri. Secondo quanto riportato dal Daily Mail, il 13 ottobre 2026 l’US Geological Survey (USGS) avrebbe registrato una scossa di magnitudo 6.7 e una successiva di magnitudo 6.9 lungo la dorsale medio-atlantica, la struttura sottomarina che attraversa l’oceano e segna il confine tra le placche africana e sudamericana. I due terremoti si sarebbero verificati a meno di sette ore di distanza, in un’area caratterizzata dal progressivo allontanamento delle placche tettoniche. A richiamare l’attenzione sulla sequenza è stato il geofisico Stefan Burns, secondo cui gli eventi potrebbero inserirsi in una più ampia fase di attività sismica che negli ultimi mesi avrebbe interessato diverse aree dell’America centrale e meridionale. Nella sua interpretazione, le sollecitazioni tettoniche potrebbero propagarsi tra strutture collegate, aumentando l’attenzione anche verso alcune faglie del Nord America. Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi che non dimostra l’imminenza di un nuovo grande terremoto negli Stati Uniti.

La possibilità che un sisma influenzi l’attività di faglie lontane è stata studiata anche dalla comunità scientifica. Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature, citata dal quotidiano britannico, ha esaminato gli effetti del terremoto di magnitudo 8.6 verificatosi nell’Oceano Indiano nel 2012. In quell’occasione, le onde sismiche avrebbero contribuito ad attivare terremoti in diverse parti del mondo, compresa la Bassa California. Secondo Roland Bürgmann, professore all’Università della California a Berkeley e coautore dello studio, l’innesco a distanza è un fenomeno raro, ma possibile in determinate condizioni, quando le onde sismiche modificano le sollecitazioni su faglie già prossime alla rottura. Questo meccanismo, però, non significa che ogni terremoto di forte intensità provochi automaticamente altre scosse in aree lontane. La risposta delle faglie dipende da numerosi fattori geologici e non consente di prevedere con precisione dove e quando potrebbe verificarsi un nuovo evento. Anche le ipotesi avanzate da Burns su una possibile progressione dell’attività sismica verso gli Stati Uniti restano interpretazioni personali e non costituiscono previsioni scientifiche confermate. Il geofisico ha inoltre ipotizzato un possibile legame tra l’attività solare e l’innesco dei terremoti, una teoria che non è attualmente riconosciuta come un metodo affidabile per prevedere gli eventi sismici. L’USGS e la comunità scientifica sottolineano infatti che non è oggi possibile stabilire con certezza la data, il luogo e la magnitudo di un terremoto. Gli studiosi possono valutare la pericolosità sismica delle diverse regioni e analizzare il comportamento delle faglie, ma non prevedere con precisione il momento di una futura scossa. I due eventi nell’Atlantico rappresentano quindi un’occasione importante per approfondire le dinamiche della crosta terrestre, senza che vi siano al momento elementi sufficienti per confermare lo scenario di una reazione a catena diretta verso il Nord America.

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Lucia Petrone
Lucia Petrone

Studentessa di Lingue e Letterature straniere presso l'Università Federico II di Napoli. Da sempre appassionata di scienza e culture straniere, scrivo su Scienze Notizie dal 2021.