Lo studio ha coinvolto 451 persone, tra cui 307 studenti universitari e 144 adulti che hanno riferito di essere stati precedentemente incarcerati. I partecipanti sono stati invitati a raccontare un momento particolarmente positivo, uno negativo e una svolta significativa della propria esistenza. I ricercatori hanno poi utilizzato un software per analizzare i testi, individuando ricorrenze linguistiche legate alle emozioni, ai rapporti sociali, ai risultati personali e alla percezione del rischio. I risultati hanno evidenziato differenze associate alle tre dimensioni del modello triarchico della psicopatia: audacia, disinibizione e cattiveria. Le persone con livelli più elevati di audacia, caratterizzata da sicurezza e ridotta sensibilità alla paura, tendevano a utilizzare meno parole legate all’ansia, come «paura», «preoccupazione» e «spavento», e facevano meno riferimenti alle malattie mentali. Chi presentava livelli più elevati di disinibizione, associata alla difficoltà di controllare gli impulsi, utilizzava invece un linguaggio più negativo nel descrivere i momenti più felici e le svolte della propria vita. In generale, questi partecipanti ricorrevano meno spesso a espressioni positive e facevano meno riferimenti agli amici e ai successi personali. Un quadro differente è emerso per la dimensione della cattiveria, che comprende caratteristiche legate alla scarsa empatia. In questo caso, i partecipanti utilizzavano più parole positive e termini associati ai risultati e alle ricompense. Quando raccontavano le svolte più importanti della propria esistenza, inoltre, tendevano a usare meno espressioni collegate alle emozioni negative.
Secondo Laura Drislane, ricercatrice dell’Università del Mississippi, questi risultati suggeriscono che i tratti psicopatici possano essere associati a differenze nel modo in cui le persone attribuiscono significato alle proprie esperienze e raccontano la propria storia. La ricerca mette inoltre in discussione l’idea diffusa secondo cui chi presenta tali caratteristiche utilizzi sempre un linguaggio freddo, distaccato e privo di emozioni. Gli studiosi sottolineano infatti che la psicopatia non dovrebbe essere considerata una categoria unica e rigidamente definita, ma un insieme di dimensioni della personalità che possono manifestarsi in modi differenti. Come ha spiegato il ricercatore Ky Bray, queste caratteristiche esistono lungo uno spettro e possono essere studiate anche in persone che non hanno commesso reati, per comprendere meglio le loro relazioni e i comportamenti quotidiani. Gli autori sperano che approfondire queste differenze possa contribuire a comprendere i meccanismi alla base di tali caratteristiche e, in futuro, favorire strategie di prevenzione e intervento più mirate. È importante, tuttavia, precisare che le parole utilizzate da una persona non permettono, da sole, di stabilire se presenti tratti psicopatici. I risultati individuano associazioni statistiche all’interno del campione analizzato e non costituiscono un test diagnostico né uno strumento affidabile per identificare un individuo sulla base di un singolo racconto. La ricerca offre quindi nuovi spunti sul rapporto tra linguaggio e personalità, evidenziando quanto il modo di raccontare le proprie esperienze possa riflettere differenze psicologiche più complesse.


