La colonna di fuliggine prodotta dalla tempesta di fuoco di Hiroshima raggiunse probabilmente almeno 11,3 chilometri di quota. È la stima di uno studio guidato da David Romps, scienziato dell’atmosfera all’Università della California a Berkeley, pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters. Il risultato si basa su una breve annotazione nel registro di volo dell’Enola Gay, il bombardiere statunitense che sganciò la bomba: alle 10.52, ora di Tinian, il navigatore Theodore Van Kirk scrisse «NUVOLA SCOMPARSA», 97 minuti dopo l’esplosione.
Alle 8.15 del 6 agosto 1945, l’ordigno nucleare statunitense colpì Hiroshima. Mentre decine di migliaia di persone morivano, l’Enola Gay si allontanava. Il calore dell’esplosione innescò incendi che si propagarono e si unirono in una vasta tempesta di fuoco. Le correnti ascensionali generate dai roghi sollevarono fumo e fuliggine, formando una grande colonna di nubi.
Capire fin dove possa salire la fuliggine è importante per valutare le possibili conseguenze di una guerra nucleare. Se raggiunge la stratosfera, può restarvi per mesi o anni, riducendo la luce solare e raffreddando la superficie terrestre. In uno scenario di guerra su vasta scala, la fuliggine prodotta da molte tempeste di fuoco potrebbe contribuire a un inverno nucleare, con gravi ripercussioni sull’agricoltura e sulle riserve alimentari. Non tutti gli scienziati concordano, però, sul fatto che questi incendi possano portare la fuliggine a quote così elevate: alcune simulazioni indicano che la maggior parte resterebbe negli strati più bassi dell’atmosfera, dove la pioggia potrebbe rimuoverla.

Theodore Van Kirk/Atomic Heritage Foundation; Romps et al., GRL, 2026
Le osservazioni dirette sono poche. Hiroshima è l’unico caso noto di tempesta di fuoco nucleare documentata; il bombardamento di Nagasaki, avvenuto tre giorni dopo, non ne provocò una. In passato, alcuni ricercatori avevano cercato di stimare l’altezza della colonna di Hiroshima attraverso fotografie storiche, ma i risultati erano condizionati da diverse incertezze. Romps e colleghi hanno invece analizzato i documenti relativi al volo dell’Enola Gay.
Quando Van Kirk annotò «NUVOLA SCOMPARSA», l’aereo si trovava, secondo le stime, a una distanza compresa tra 750 e 764 chilometri da Hiroshima e a circa 7.440 metri di quota. La nube, dunque, poteva non essere scomparsa: l’equipaggio potrebbe semplicemente non essere più riuscito a vederla. Un memorandum militare separato riferiva che in quel momento la visibilità era limitata dalla foschia, non dalla curvatura terrestre. Se la nube era ancora sopra l’orizzonte a quella distanza, doveva trovarsi molto in alto.

Romps et al., GRL, 2026
Per stimare l’altezza minima, i ricercatori hanno calcolato fin dove l’equipaggio avrebbe potuto vedere dalla propria posizione. La luce, infatti, non viaggia nell’atmosfera lungo linee perfettamente rette: la densità dell’aria cambia con la quota e ne curva leggermente il percorso verso la superficie, permettendo di vedere un po’ più lontano oltre la curvatura terrestre. Il gruppo ha quindi ricostruito le condizioni atmosferiche del giorno del bombardamento, usando tre ricostruzioni meteorologiche storiche per stimare come variassero temperatura e pressione con l’altitudine. Ha poi eseguito 100.000 simulazioni, tenendo conto delle incertezze sulla posizione e sulla quota dell’aereo e sulle condizioni atmosferiche.
Il calcolo indica, con un livello di confidenza del 95 per cento, che la colonna raggiunse almeno 11,3 chilometri. La stima conserva comunque un margine d’incertezza. Hiroshima non provocò un inverno nucleare: questo scenario non è attribuito a una singola esplosione, ma potrebbe derivare dagli effetti cumulativi della fuliggine immessa nell’atmosfera da numerose tempeste di fuoco durante una guerra nucleare. Il caso di Hiroshima mostra che una tempesta di fuoco nucleare può trasportare fuliggine a quote rilevanti per questo scenario, ma non dimostra da solo che un inverno nucleare si verificherebbe.

Romps et al., GRL, 2026
Fonte: sciencealert.com


