L’eruzione di Kikai-Akahoya, avvenuta intorno al 5250 a.C. al largo della costa sud-occidentale del Giappone, ebbe conseguenze diverse da una regione all’altra: alcune aree rimasero a lungo inabitabili, mentre altrove i sopravvissuti si spostarono, svilupparono nuove attività e riuscirono ad adattarsi. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Science Advances, che ha analizzato 540 reperti archeologici datati tra 8.000 e 6.500 anni fa.
Quasi 7.300 anni fa, una serie di esplosioni sottomarine liberò grandi quantità di magma e materiale vulcanico. L’eruzione raggiunse un indice di esplosività vulcanica pari a 7 su 8: eventi di questa intensità si verificano, in media, una volta ogni 500-1.000 anni. Le comunità di cacciatori-raccoglitori Jōmon che abitavano l’arcipelago furono investite da terremoti e tsunami e, in seguito, da depositi di cenere vulcanica spessi metri.
«Questa eruzione dev’essere stata devastante: il vulcano esplose dal fondale marino senza quasi alcun preavviso», afferma Peter Jordan, archeologo dell’Università di Lund, in Svezia. «Le isole giapponesi furono colpite da potenti terremoti e tsunami giganteschi, e poi ricoperte da metri di cenere vulcanica».
Le conseguenze dell’eruzione sono discusse dagli esperti fin dagli anni Settanta, quando furono scoperte le prime prove dell’evento. I danni furono ingenti, ma restava da chiarire se e quando le società delle zone circostanti fossero riuscite a riprendersi.
Per indagare, un gruppo internazionale di ricercatori ha esaminato reperti già raccolti in diverse parti del Giappone. Tra questi c’erano materiali datati con il radiocarbonio, come carbone e ossa. Confrontando il numero di reperti rinvenuti nelle varie regioni prima e dopo l’eruzione, gli studiosi hanno ricostruito i cambiamenti nell’attività delle popolazioni.

I risultati indicano che le comunità Jōmon del sud di Kyūshū, l’area più vicina al vulcano, potrebbero essere state già in declino prima dell’eruzione. Nel nord dell’isola, invece, le popolazioni erano in crescita e la tendenza proseguì anche dopo. Secondo i ricercatori, questo andamento potrebbe riflettere lo spostamento dei gruppi lontano dalle zone devastate. La vita marina sembra essersi ripresa più rapidamente; in seguito, gli abitanti preistorici potrebbero essersi trasferiti verso le coste e aver adottato nuove strategie di sussistenza.
«Il disastro causò una grave perdita di vite umane», afferma Enrico Crema, archeologo dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito. «Tuttavia, i sopravvissuti migrarono, crearono nuove relazioni sociali, svilupparono nuove forme di economia e sembrano aver trovato modi creativi per vivere e, in seguito, prosperare nelle nuove condizioni successive al disastro».
Anche in aree più lontane, come quella intorno alla baia di Ise, la crescita della popolazione si fermò e in alcuni luoghi si registrò un calo. I ricercatori ipotizzano che possa essere stato causato da un raffreddamento temporaneo legato all’eruzione o da cambiamenti climatici non ancora identificati. Un’altra possibilità è che siano venute meno alcune fonti di cibo: il pascolo su terreni coperti di cenere potrebbe aver consumato i denti di cervi e cinghiali, riducendone la durata della vita.
Lo studio non stabilisce con certezza quale di queste spiegazioni sia corretta, ma mostra che gli effetti di una catastrofe possono variare molto da una zona all’altra e che le comunità possono reagire in modi diversi. «Anche nelle situazioni più disperate, i sopravvissuti e le comunità hanno delle possibilità di scelta, per quanto limitate», dice Jordan. «Devono agire e prendere decisioni; devono adattarsi, collaborare e creare nuovi legami e reti sociali».
I risultati contribuiscono a comprendere come le società affrontino shock improvvisi e disastri naturali, un tema attuale in un mondo segnato da cambiamenti del clima e delle condizioni meteorologiche. «Questo studio contribuisce a comprendere più a fondo i diversi modi in cui culture e società affrontano shock improvvisi e catastrofi», conclude Jordan.

Junzo Uchiyama
Fonte: sciencealert.com


