A Łysa Góra, in Polonia, gli archeologi hanno trovato una fossa con resti carbonizzati che conteneva un elmo di bronzo schiacciato, quattro asce da carpentiere in ferro e una falce dello stesso metallo. L’elmo appartiene al tipo Berru, di origine lateniana, cioè celtica. Il ritrovamento potrebbe indicare che persone provenienti dalle regioni celtiche meridionali frequentassero il sito, ma l’ipotesi non è stata ancora verificata.
La scoperta è stata descritta il 14 ottobre 2026 sulla rivista Antiquity da cinque autori: Kaczyński, Maciałowicz, Borkowski, Sobczak e Aniszewski. Kaczyński, Borkowski, Sobczak e Aniszewski lavorano al Museo archeologico statale di Varsavia; Maciałowicz è affiliato alla Facoltà di archeologia dell’Università di Varsavia. Le due istituzioni hanno ripreso le ricerche sul sito nel 2024.
Łysa Góra significa «collina calva». È una duna di sabbia di origine glaciale tra il fiume Orzyc e uno dei suoi laghi di meandro, vicino al villaggio di Bagienice, nella Masovia settentrionale. Dal VI al IV secolo a.C. fu abitata da comunità della cultura dei tumuli dei Balti occidentali. Secondo gli autori, queste comunità costruivano insediamenti fortificati, sfruttavano le risorse di fiumi e laghi e seppellivano i defunti insieme, in urne.
Il sito fu registrato dagli archeologi nel 1957 e venne esplorato con brevi campagne di scavo tra il 1971 e il 1992. In quell’occasione furono trovati diversi oggetti importati di La Tène, ma non venne mai pubblicata un’analisi completa. Di conseguenza, secondo l’articolo, l’importanza del luogo non fu riconosciuta.
La fossa con l’elmo si trovava all’interno delle fortificazioni. Gli autori la interpretano come una possibile traccia di attività rituali. La planimetria pubblicata nello studio, realizzata sulla base di una fotografia di Kaczyński, mostra l’elmo, la falce e le quattro asce da carpentiere, indicate con le sigle da 3a a 3d. L’elmo è frammentato e presenta forti somiglianze con reperti rinvenuti a Dürrnberg, in Austria.

Intorno alla metà del I millennio a.C., la duna era protetta da due tipi di difese in legno e terra. Sul lato meridionale si trovava un terrapieno con palizzata e fossato esterno, scavato in parte nel terreno naturale. A nord, il gruppo ha individuato una fortificazione costruita interamente in legno.
Un’altra area interpretata come rituale si trovava nella palude ai piedi del versante sud-occidentale della duna. Due depositi contenevano ornamenti ad anello in bronzo e orecchini con perline di vetro. In uno era presente anche un bracciale a spirale ricavato da una lamina di bronzo e decorato con linee incise. A un’estremità sono visibili tracce di una riparazione: due rivetti, oggi mancanti, avevano lasciato fori circolari. B. Karch ha realizzato una ricostruzione del bracciale.
Nel complesso, dal sito sono stati recuperati quasi 350 oggetti metallici, tra cui ornamenti, armi e reperti legati alla lavorazione del bronzo. Sono stati trovati anche ceramiche, ossa animali, chicchi di cereali, semi di piante coltivate e legno carbonizzato. Molti ornamenti di bronzo erano spezzati e raccolti in fasci compatti. Gli autori pensano che fossero stati preparati per essere rifusi; già negli anni Settanta gli archeologi avevano documentato crogioli di ceramica usati per la fusione.
Tra i reperti ci sono anche perline d’ambra e un anello d’ambra incompiuto. Secondo gli autori, questi oggetti suggeriscono che gli abitanti della duna partecipassero a scambi di ambra a lunga distanza con le regioni a sud dei Carpazi. L’ambra era apprezzata nell’Europa settentrionale già molto tempo prima: in Carelia, una tomba risalente a 5.400 anni fa conteneva 140 ornamenti realizzati con questa resina fossile.
Il gruppo ha analizzato anche il legno carbonizzato rimasto nell’incavo di una delle asce da carpentiere in ferro. L’esame al microscopio di una sezione trasversale ha mostrato pori disposti ad anelli e raggi legnosi di larghezza variabile, caratteristiche tipiche della quercia.
La duna ha restituito inoltre 31 fibule e ornamenti ad anello del primo periodo di La Tène, perlopiù rotti e databili intorno alla metà del IV secolo a.C. Nel mondo di La Tène, spiegano gli autori, gli elmi erano simboli di alto status sociale e di appartenenza all’élite guerriera.
Gli autori ritengono probabile che questa concezione fosse estranea alle società locali, che presumibilmente non avevano capi centralizzati. Perciò propongono che l’elmo possa riflettere la presenza fisica di gruppi provenienti da sud, compresi membri delle loro élite. Una spiegazione alternativa è che l’oggetto sia arrivato attraverso il commercio: ornamenti più piccoli di La Tène raggiunsero infatti anche aree lontane dell’Europa centrale e orientale. Gli autori considerano però questa possibilità meno convincente, perché l’elmo era un oggetto di prestigio e nel IV secolo a.C. non sono noti elmi comparabili al di fuori dell’area di La Tène.
La duna si trova vicino alla regione di Kurpie, ricca di ambra, e lo studio la collega alle rotte dirette verso la penisola di Sambia, sulla costa baltica. La maggior parte dei siti celtici di quell’epoca si trova molto più a sud e a ovest. In Repubblica Ceca, durante i rilievi per la costruzione di una strada, è stata scoperta una città celtica perduta ricca di oro, argento e ambra; nella Francia centrale, invece, gli archeologi hanno portato alla luce un elmo celtico datato oltre 2.000 anni e un elmo celtico in bronzo del IV secolo a.C..
Per verificare l’ipotesi sulla presenza di persone provenienti da sud serviranno altre ricerche. La provenienza del minerale usato per fabbricare l’elmo non è ancora nota. Sono previste analisi degli isotopi del piombo, i cui risultati saranno confrontati con quelli di oggetti simili provenienti dalla Boemia. In quella regione, uno studio del 2021 sul tesoro di Duchcov ha esaminato gli spostamenti dei Celti nel IV secolo a.C.
Resta da chiarire anche se le fortificazioni settentrionale e meridionale siano state costruite nello stesso periodo. Per verificarlo, il gruppo prevede tomografie elettriche di resistività e indagini magnetiche. Il progetto è stato finanziato dal museo, dalle autorità del comune di Chorzele e dalla Facoltà di archeologia.
In attesa dei risultati delle analisi isotopiche, l’elmo indica soltanto una provenienza meridionale: non è possibile stabilire chi lo abbia deposto nella fossa. Lo studio completo è stato pubblicato su Antiquity.
Fonte: earth.com


