Nel 1902, l’esploratore britannico Robert Falcon Scott scoprì un’importante colonia di pinguini imperatore sull’isola di Ross, in Antartide. Questo evento segnò l’inizio della prima colonia di riproduzione di questa specie, un momento cruciale nella storia della spedizione Discovery. Oggi, a distanza di oltre un secolo, i pinguini imperatore sono stati ufficialmente classificati come specie in pericolo, insieme alla foca di Weddell. Il riscaldamento globale ha causato un significativo spostamento del krill antartico verso sud e una diminuzione record del ghiaccio marino, generando cambiamenti drammatici nell’ecosistema. Questi eventi hanno avuto un impatto devastante su queste specie, rendendo i pinguini imperatore e i pinnipedi, mammiferi marini caratterizzati da pinne, i primi a ricevere tale status di conservazione nell’Oceano Meridionale. La loro situazione attuale rappresenta un punto di svolta critico, evidenziando la rapidità con cui l’ambiente antartico sta subendo trasformazioni.

Arctocephalus gazella
In aggiunta a queste sfide, la diffusione dell’influenza aviaria altamente contagiosa costituisce una nuova e immediata minaccia per la fauna selvatica dell’Oceano Meridionale. Questa malattia, che colpisce gravemente gli uccelli, sta aggravando ulteriormente le pressioni già esercitate dal cambiamento climatico su specie già vulnerabili. È fondamentale comprendere come queste minacce interagiscano e influenzino la biodiversità della regione, per poter attuare strategie di conservazione efficaci.
Declini drammatici legati al cambiamento climatico
La prima colonia di pinguini imperatore fu scoperta a Cape Crozier, sull’isola di Ross, durante la spedizione Discovery di Scott nel 1902. Un decennio dopo, la spedizione Terra Nova tornò in parte per raccogliere uova di pinguino imperatore, un’epopea sfortunata che è stata immortalata nel celebre libro di Apsley Cherry-Garrard, “The Worst Journey in the World”. Negli anni ’60, il figlio di Scott, Sir Peter Scott, uno dei pionieri della conservazione moderna, contribuì a fondare la Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). Solo 124 anni dopo quelle prime scoperte a Cape Crozier, lo stesso framework è stato utilizzato per classificare i pinguini imperatore come specie in pericolo. Questo rapido passaggio dalla scoperta alla minaccia di estinzione è un monito sorprendente della vulnerabilità di questa specie.
Tra il 2009 e il 2018, la popolazione di pinguini imperatore ha subito un calo del 10%, e le proiezioni indicano che potrebbe dimezzarsi entro il 2073. La situazione è ancor più critica per le foche di Weddell, che, dopo essere state cacciate fino al limite dell’estinzione all’inizio degli anni ’80, avevano visto la loro popolazione risalire a circa 2,1 milioni di esemplari nel 1999. Tuttavia, da allora, il numero globale di foche di Weddell è diminuito di oltre il 50%, attestandosi attualmente intorno ai 944.000 individui maturi. In un decennio, queste foche sono state riclassificate nella Lista Rossa dell’IUCN, passando da “minima preoccupazione” a “in pericolo”. Questo cambiamento evidenzia la rapidità con cui la situazione di queste specie sta deteriorando.
Cambiamento climatico e influenza aviaria
Entrambi i drammatici declini delle popolazioni di pinguini imperatore e foche di Weddell sono strettamente legati al cambiamento climatico. L’aumento delle temperature oceaniche e la riduzione del ghiaccio marino influenzano la disponibilità del krill antartico, la principale fonte di nutrimento per le foche di Weddell. Questo crostaceo si sta spostando verso sud e si sta muovendo più in profondità, rendendolo potenzialmente meno accessibile ai predatori. Inoltre, la competizione con una popolazione in crescita di balene sta aumentando la pressione su queste foche. I pinguini imperatore, d’altro canto, dipendono completamente dal ghiaccio marino, che utilizzano come piattaforma per il corteggiamento, l’incubazione delle uova e l’allevamento dei pulcini. Con il declino del ghiaccio marino e la sua crescente inaffidabilità, il successo riproduttivo di questi pinguini è sempre più a rischio. Se il ghiaccio si rompe prima che i pulcini siano completamente sviluppati, molti di essi non riescono a sopravvivere.
In parallelo, la diffusione dell’influenza aviaria altamente contagiosa rappresenta una nuova e immediata minaccia per la fauna selvatica dell’Oceano Meridionale. L’alta mortalità associata a questa malattia ha portato all’innalzamento dello status della foca elefante meridionale a “vulnerabile”. Alcune popolazioni di foche elefante hanno registrato tassi di mortalità superiori al 90% tra i cuccioli, accompagnati da forti cali negli adulti in riproduzione. Questi eventi hanno comportato la perdita di decine di migliaia di animali, con molte foche di Weddell che muoiono anche a causa di focolai di influenza aviaria.
La necessità di una maggiore conoscenza
I pinguini imperatore, le foche di Weddell e le foche elefante meridionali sono tra i predatori dell’Oceano Meridionale più ampiamente studiati. Tuttavia, esistono ancora molte lacune nella nostra comprensione, dovute alla posizione remota e alla difficoltà di condurre ricerche continuative. Inoltre, ci sono molte altre specie di cui sappiamo molto meno. Le foche di ghiaccio antartiche, comprese le foche di Weddell, le foche crabeater, le foche leopardo e le foche di Ross, presentano tendenze di popolazione “sconosciute” nella lista rossa dell’IUCN, il che significa che non ci sono dati sufficienti per determinare se i loro numeri stiano diminuendo. Le recenti classificazioni evidenziano l’urgenza e la necessità di un monitoraggio migliorato e in tempo reale. È fondamentale acquisire una maggiore conoscenza sulla salute della fauna selvatica, sulle tendenze demografiche, sull’ambiente antartico e sulla qualità del ghiaccio marino.
Le minacce di origine umana che affrontano la fauna selvatica antartica sono molteplici e cumulative. Per affrontare questa crisi, è imperativo proteggere meglio l’habitat antartico e le specie che lo abitano. È necessario ridurre l’interazione delle specie marine con la pesca industriale e migliorare le modalità di valutazione delle minacce attuali e potenziali in Antartide, soprattutto alla luce delle crescenti evidenze sugli impatti. La classificazione di questi animali come in pericolo rappresenta un chiaro avvertimento della rapidità con cui l’Antartide sta cambiando sotto i nostri occhi. Senza una riduzione immediata delle emissioni di gas serra e azioni di conservazione sostenute, il rischio di perdere queste specie per sempre diventa sempre più concreto.
Mary-Anne Lea, Professoressa di Ecologia dei Predatori Marini/Polari, Università della Tasmania; Jane Younger, Docente Senior di Ecologia dei Vertebrati dell’Oceano Meridionale, Istituto per gli Studi Marini e Antartici, Università della Tasmania; e Noemie Friscourt, Ricercatrice Associata, Istituto per gli Studi Marini e Antartici, Università della Tasmania. Questo articolo è ripubblicato da The Conversation sotto una licenza Creative Commons.

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