Sverker Johansson, ricercatore presso l’Università di Dalarna, sostiene che l’antica questione se i Neanderthal fossero in grado di parlare sia ormai un dibattito privo di fondamenta scientifiche. La struttura biologica e genetica necessaria per il linguaggio non è una prerogativa esclusiva dei Sapiens, ma un’eredità evolutiva molto più antica, risalente a un antenato comune vissuto circa mezzo milione di anni fa.
Il DNA racconta una storia di continuità, non di interruzioni nette.
Le prove genetiche indicano che la variante del gene FOXP2, cruciale per il controllo motorio fine della bocca e del viso indispensabile per parlare, era già presente nei Neanderthal nella stessa forma moderna. Non si tratta di una coincidenza (le probabilità che una mutazione così complessa sia avvenuta identica in due specie diverse sono quasi nulle), ma della prova che l’hardware del linguaggio era già installato prima della divergenza tra le due linee evolutive.
L’evoluzione non procede per salti magici, ma per accumuli silenziosi.
Dall’analisi dei resti fossili emerge che l’osso ioide dei Neanderthal — l’ossicino a forma di ferro di cavallo alla base della lingua — era praticamente identico al nostro. Anche la struttura dell’orecchio interno suggerisce una sensibilità uditiva tarata esattamente sulle frequenze del parlato umano. Questi individui non si limitavano a emettere grugniti primordiali: possedevano canali uditivi e apparati fonatori pronti a gestire una comunicazione complessa.
Immaginare i Neanderthal come bruti muti è un pregiudizio culturale, non un dato biologico.
Le loro capacità tecnologiche e sociali confermano questa tesi. La produzione di strumenti sofisticati, l’uso del fuoco, la cura dei malati e l’organizzazione di cacce di gruppo richiedevano una trasmissione di informazioni che difficilmente avrebbe potuto prescindere da una forma di linguaggio strutturato. Johansson sottolinea che la separazione tra “noi” e “loro” è un confine sempre più sfocato: se i geni e l’anatomia erano pronti, non c’è motivo di credere che la mente fosse silente.
