Una crepa silenziosa, immersa nell’oscurità abissale del Pacifico equatoriale a circa 1.600 chilometri dalle coste dell’Ecuador, sta scardinando uno dei dogmi più rigidi della geofisica moderna: l’imprevedibilità dei terremoti. Mentre la comunità scientifica globale concorda sul fatto che sia impossibile stabilire con precisione data e luogo di un futuro sisma, questo remoto laboratorio sottomarino rappresenta la classica eccezione che conferma la regola.
Il geofisico Jeannot Trampert dell’Università di Utrecht, analizzando i dati raccolti attraverso campagne di monitoraggio oceanico effettuate tra il 2008 e il 2022, ha decodificato il comportamento della faglia trasforme di Gofar. Da almeno trent’anni, questo imponente taglio sul fondale oceanico – dove la placca del Pacifico e quella di Nazca scivolano orizzontalmente l’una contro l’altra alla velocità di circa 140 millimetri all’anno – genera terremoti di magnitudo 6.0 con una puntualità quasi matematica, ripetendo il ciclo ogni 5 o 6 anni. Ma lo stupore degli scienziati non deriva solo dalla cadenza temporale; i sismi si innescano e si arrestano sistematicamente sempre negli stessi identici punti della struttura geologica.
I segreti di questo bizzarro “orologio sismico” sono stati svelati grazie a una fitta rete di sismometri posizionati direttamente sul fondale marino.
Tutto ruota attorno a specifiche sezioni di roccia chiamate dagli esperti “zone barriera”. Si tratta di veri e propri freni naturali composti da rocce estremamente frammentate e porose, all’interno delle quali penetra massicciamente l’acqua di mare ad altissima pressione. Questa miscela idro-geologica agisce come un immenso cuscinetto ammortizzatore. Quando l’energia elastica accumulata lungo la faglia tenta di propagarsi per scatenare un terremoto devastante, si scontra con queste barriere sature di fluidi. L’attrito viene mitigato e la roccia rilascia lo stress accumulato non attraverso un’unica, catastrofica rottura, ma tramite una miriade di microsismi costanti e impercettibili.
La transizione tra la fase di calma e l’evento principale segue un’evoluzione lineare. Subito dopo la scossa di magnitudo 6.0, la faglia entra in una fase di assoluto silenzio sismico. Con il passare dei mesi, la pressione ricomincia a salire in modo costante, le zone barriera ricominciano a produrre sciami di micro-terremoti e il sistema ricalibra le proprie tensioni meccaniche fino a raggiungere la soglia critica, facendo ripartire il conto alla rovescia per il sisma successivo. Una prevedibilità strutturale che ha permesso ai ricercatori di tracciare modelli predittivi quasi perfetti.
Sebbene i terremoti della faglia di Gofar avvengano isolati nel mezzo dell’oceano e non rappresentino un pericolo diretto per le popolazioni costiere, la scoperta pubblicata sulla rivista Science ha una portata globale. Strutture simili potrebbero esistere in molti altri sistemi di faglie sottomarine sparsi per il pianeta, agendo come regolatori naturali dell’intensità dei terremoti terrestri.
In parole povere, gli scienziati hanno scoperto che questa faglia sottomarina ha un sistema di freni idraulici incorporato. L’acqua di mare che penetra nelle rocce impedisce ai terremoti di superare una certa potenza e di propagarsi all’infinito. Poiché questo meccanismo di accumulo e rilascio di energia avviene sempre allo stesso modo e con gli stessi tempi, la faglia si comporta come un timer naturale, permettendo di capire in anticipo quando avverrà la prossima scossa importante.
