Corrente Oceanica: situazione disperata, scienziati propongono una diga di centinaia di chilometri per salvare il clima europeo

Un colossale sbarramento nell'Atlantico settentrionale è l'ultima, disperata ipotesi della geoingegneria per salvare il continente dal congelamento.

Corrente Oceanica: situazione disperata, scienziati propongono una diga di centinaia di chilometri per salvare il clima europeo

Immaginate una barriera lunga centinaia di chilometri, eretta nel bel mezzo dell’oceano, tra la Groenlandia, l’Islanda e la Scozia. Non è la trama di un film di fantascienza, ma uno degli scenari più estremi che oggi circola nel dibattito scientifico internazionale per affrontare uno dei rischi climatici più sottovalutati: il possibile collasso dell’AMOC, la grande circolazione oceanica che da secoli scalda l’Euro

L’AMOC — acronimo di Atlantic Meridional Overturning Circulation — funziona come un enorme nastro trasportatore: preleva calore dai tropici e lo distribuisce verso il Nord Atlantico, mantenendo il clima europeo ben più mite di quanto la latitudine lascerebbe supporre. Il problema è che questo sistema dipende in modo critico dalla salinità dell’acqua oceanica. Le masse d’acqua salata, più dense, affondano verso i fondali e si spostano verso sud, innescando il ciclo. Ma i ghiacci della Groenlandia si stanno sciogliendo a ritmi sempre più accelerati, riversando nell’Atlantico quantità enormi di acqua dolce che diluiscono quella salata, riducendone la densità e ostacolando il processo di sprofondamento. Se il meccanismo si inceppa, la corrente rallenta. Se rallenta troppo, si ferma.

Le conseguenze sarebbero immediate e drastiche per l’Europa: temperature medie in caduta libera, precipitazioni stravolte, eventi meteo estremi sempre più frequenti. Alcuni modelli climatici indicano che il cosiddetto tipping point — il punto di non ritorno oltre il quale il sistema non riesce più a recuperare — potrebbe essere molto più vicino di quanto si pensasse fino a pochi anni fa. Lo studio è stato effettuato da Jelle Soons e Henk Dijkstra dell’Università di Utrecht, e prevede tre tratti separati attraverso lo stretto, largo circa 82 km nel punto più stretto

Ed è in questo contesto che un’idea tanto audace quanto inquietante ha iniziato a farsi strada tra alcuni ricercatori: costruire una diga transoceanica per bloccare fisicamente il flusso di acqua dolce proveniente dall’Artico e preservare la salinità dell’Atlantico settentrionale. Un’opera che per scala e complessità non avrebbe precedenti nella storia dell’ingegneria umana, con costi stimati nell’ordine di migliaia di miliardi di euro e ricadute sugli ecosistemi marini profondi che oggi nessuno è in grado di prevedere con certezza.

La maggior parte dei climatologi, però, è chiara: questa non è una proposta cantieristica reale. È una provocazione intellettuale, un modo per rendere tangibile la gravità di ciò che rischiamo. Costruire un muro in mezzo all’oceano sarebbe tecnicamente mostruoso, ecologicamente imprevedibile e probabilmente inattuabile nei tempi che la crisi climatica impone. Il suo vero valore è simbolico: dimostrare fino a che punto potremmo essere costretti a spingerci se continuiamo a non agire.

Perché la soluzione esiste, è nota e non richiede nessuna mega-infrastruttura: ridurre le emissioni di gas serra in modo drastico e immediato. Finché il motore dell’oceano è ancora in funzione, c’è ancora margine per preservarlo. Una volta spento, nessuna diga potrà riaccenderlo.

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