Un nuovo studio dell’Università del Texas ad Austin suggerisce che l’infezione da SARS-CoV-2 potrebbe favorire la riattivazione di virus rimasti latenti nell’organismo per anni. La scoperta apre una nuova possibile strada per comprendere alcuni dei meccanismi alla base del Long COVID, anche se i ricercatori sottolineano che non è ancora dimostrato un rapporto di causa-effetto. Il COVID-19 potrebbe avere conseguenze più complesse di quanto immaginato. Oltre all’infezione provocata direttamente dal SARS-CoV-2, il virus responsabile della malattia potrebbe infatti alterare l’equilibrio dell’organismo e favorire la riattivazione di altri virus rimasti inattivi per molto tempo. È quanto emerge da una ricerca condotta da un gruppo di scienziati dell’Università del Texas ad Austin, che ha analizzato più di 1.000 persone colpite da SARS-CoV-2.
Alcuni virus hanno la capacità di rimanere nell’organismo in uno stato di latenza. È il caso, tra gli altri, del virus di Epstein-Barr (EBV) e di diversi appartenenti alla famiglia degli herpesvirus.
Dopo l’infezione iniziale, questi agenti patogeni possono rimanere nell’organismo senza provocare sintomi evidenti. In determinate condizioni, come stress, malattia o alterazioni della risposta immunitaria, possono però riattivarsi.
La nuova ricerca suggerisce che un’infezione da SARS-CoV-2 potrebbe rappresentare una di queste condizioni.
Oltre mille pazienti monitorati Gli studiosi hanno seguito oltre 1.000 pazienti con COVID-19, suddividendoli in base alla gravità della malattia. Il gruppo comprendeva persone con forme relativamente lievi e pazienti che avevano sviluppato condizioni molto gravi, fino ai casi che hanno portato al decesso entro 28 giorni dal ricovero.
I ricercatori hanno raccolto campioni biologici durante il ricovero e, per alcuni pazienti, anche nei mesi successivi alla dimissione, arrivando fino a un anno di osservazione. I campioni provenivano dal sangue e dalle cavità nasali e, nei pazienti sottoposti a ventilazione meccanica, anche dalle vie respiratorie. Il risultato più significativo è stato il riscontro di segnali compatibili con la riattivazione di virus latenti in quasi metà dei pazienti analizzati.
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda il fatto che la riattivazione virale non sembrava limitata esclusivamente alle persone già immunodepresse.
Secondo i ricercatori, il fenomeno è stato osservato anche in persone che prima dell’infezione da COVID-19 erano considerate sane. Inoltre, i pazienti nei quali venivano rilevati segnali di riattivazione di virus latenti tendevano ad avere una malattia più grave, ricoveri più lunghi e una maggiore frequenza di complicazioni.
Questo dato, tuttavia, deve essere interpretato con cautela.
Significa che i virus latenti causano il Long COVID? Non ancora.
Questo è probabilmente il punto più importante da chiarire.
Lo studio evidenzia un’associazione tra COVID-19, riattivazione di virus latenti e maggiore gravità della malattia, ma non dimostra che la riattivazione di questi virus sia la causa del Long COVID.
Il Long COVID è infatti una condizione estremamente complessa, caratterizzata da sintomi che possono persistere per mesi o anni dopo l’infezione. Tra quelli più comuni ci sono stanchezza persistente, difficoltà cognitive, disturbi del sonno, malessere dopo lo sforzo e numerosi altri problemi che possono variare significativamente da persona a persona.
Le cause precise della sindrome non sono ancora completamente comprese. Tra le ipotesi studiate dagli scienziati ci sono la persistenza di componenti virali, alterazioni del sistema immunitario, infiammazione persistente, problemi vascolari e, appunto, la possibile riattivazione di virus già presenti nell’organismo.
La nuova ricerca potrebbe quindi aggiungere un altro tassello a un quadro ancora incompleto.
Una possibile nuova strategia terapeutica
La scoperta potrebbe avere implicazioni importanti soprattutto se ulteriori studi confermeranno il ruolo della riattivazione virale.
Esistono già test diagnostici per alcuni virus latenti e, per determinati herpesvirus, sono disponibili farmaci antivirali. Questo solleva una domanda interessante: identificare tempestivamente una riattivazione e intervenire con una terapia mirata potrebbe migliorare l’evoluzione della malattia? Per ora non esiste una risposta definitiva.
Serviranno studi clinici specifici per capire se il trattamento dei virus riattivati possa effettivamente ridurre la gravità del COVID-19 o prevenire alcuni dei sintomi persistenti associati al Long COVID.
La ricerca contribuisce comunque a modificare la nostra comprensione dell’infezione da SARS-CoV-2.
Il COVID-19 potrebbe non essere semplicemente una battaglia tra il sistema immunitario e un singolo virus. L’infezione potrebbe anche alterare temporaneamente l’equilibrio biologico dell’organismo, influenzando virus che erano rimasti silenziosi per anni.
È una prospettiva ancora da approfondire, ma potrebbe aiutare a spiegare perché alcune persone sviluppano forme particolarmente severe o sintomi persistenti dopo l’infezione. Il prossimo passo sarà capire quali virus vengono riattivati, perché ciò accade in alcune persone e non in altre e, soprattutto, se intervenire su questa riattivazione possa realmente cambiare il decorso della malattia. Per il momento, quindi, è più corretto parlare di una promettente ipotesi scientifica che di una spiegazione definitiva del Long COVID.


