Nel 2006, l’Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU), guidata dal comitato di votazione a Praga, stabilì tre criteri fondamentali per definire un pianeta del Sistema Solare. Il corpo celeste deve orbitare attorno al Sole, possedere una massa sufficiente a garantirgli una forma sferica per equilibrio idrostatico e aver ripulito la propria orbita dai detriti circostanti. Plutone soddisfa i primi due requisiti, ma fallisce inesorabilmente sul terzo, condividendo la sua traiettoria con numerosi oggetti della Fascia di Kuiper. La decisione riclassificò il corpo celeste come “pianeta nano”, sollevando un’ondata di sdegno popolare e accesi dibattiti tra scienziati, sostenuti da petizioni, iniziative legislative locali e dichiarazioni di alti funzionari della NASA. Le campagne per reintegrare Plutone continuano a scontrarsi con una rigida realtà fisica. Se si dovesse derogare alla regola sulla pulizia orbitale per includere Plutone basandosi unicamente sulla forma sferica, la lista dei pianeti non salirebbe a nove, ma a decine o centinaia. Corpi come Eris — persino più massiccio di Plutone — e Cerere dovrebbero essere promossi allo stesso rango. Salvare Plutone per mere ragioni storiche o nostalgiche significherebbe congelare un errore di valutazione iniziale, legato a stime storiche errate sulla sua massa reale.
A vent’anni da quello storico voto, gli astronomi non mostrano alcuna intenzione di tornare sui propri passi, poiché la classificazione attuale risponde a esigenze di rigore scientifico e dinamica orbitale. Nascosto ai confini del Sistema Solare, a quasi sei miliardi di chilometri dal Sole, Plutone resta un mondo dagli equilibri estremi. Con un diametro di circa 2.376 chilometri — inferiore a quello della nostra Luna — il pianeta nano impiega 248 anni terrestri per completare una singola orbita, tagliando su un piano inclinato ed ellittico la fascia di Kuiper. La sonda New Horizons della NASA ha svelato nel 2015 una superficie geologicamente viva e inaspettata: un deserto di ghiacci di azoto, metano e monossido di carbonio, dominato dalla vastissima pianura Sputnik Planitia e da montagne d’acqua congelata alte migliaia di metri. Sotto questa crosta perennemente esposta a temperature che sfiorano i -230 °C, gli astrofisici ipotizzano la presenza di un oceano liquido sottosuperficiale, mantenuto fluido dal calore radioattivo interno. A completare questo sistema marginale è la sua complessa dinamica satellitare: Caronte, la luna maggiore, possiede una massa talmente vicina a quella di Plutone da formare un vero e proprio sistema binario, attorno al quale ruotano altri quattro piccoli satelliti — Notte, Idra, Stige e Cerbero. Classificazione astronomica a parte, il piccolo corpo roccioso e glaciale conserva intatto il suo fascino di frontiera scientifica.

