Quattro minuti d’orologio per cancellare più di tremila anni di storia. All’alba del 27 agosto, un commando coordinato ha sventrato una delle finestre laterali del Museo di Villena (MUVI), nella provincia di Alicante, portando via cinquantanove dei sessantasei reperti in oro, argento e ferro meteorico che componevano il celebre Tesoro di Villena. Un diversivo da manuale — un falso allarme fatto scattare contemporaneamente in un centro sportivo distante poche centinaia di metri — ha depistato le pattuglie locali, garantendo alla banda una via di fuga del tutto sgombra prima che la polizia potesse convergere sul posto.
La scoperta del complesso risale al 1963, quando l’archeologo José María Soler recuperò da una gola rocciosa a poca distanza dal sito del Cabezo Redondo quasi dieci chilogrammi di pezzi lavorati, attribuiti all’Età del Bronzo (circa 1000 a.C.). Tra i reperti sottratti figurano undici ciotole sbalzate, ventotto bracciali in oro massiccio e due manufatti rari contenenti elementi in ferro meteorico, testimonianza diretta di una metallurgia avanzata ben prima dell’avvento della siderurgia terrestre. Durante la concitata ritirata, i malviventi hanno abbandonato un quarto recipiente nei corridoi del museo, lasciando tuttavia intatta la collezione minore del Tesorillo.
Le prime piste investigative puntano alla criminalità organizzata specializzata nel traffico internazionale di beni culturali. La valutazione del solo metallo prezioso si aggira intorno a 1,5 milioni di euro, ma la perdita sul piano storico e scientifico resta incalcolabile.
Il rischio concreto non riguarda solo la vendita sottobanco a collezionisti privati, ma soprattutto la fusione improvvisa dei pezzi per ricavarne lingotti neutri: una sorte che distruggerebbe per sempre una delle testimonianze preistoriche più importanti d’Europa.

