Dopo 66 anni è stato ritrovato al largo di Punta Chiappa, vicino a Camogli, il relitto romano individuato nel 1959 dal pioniere italiano delle immersioni Duilio Marcante. I sommozzatori dei Carabinieri hanno documentato nove anfore in una piccola area del fondale, a oltre 40 metri di profondità. Le autorità italiane per i beni culturali hanno annunciato il ritrovamento il 22 ottobre 2026. Per ora, però, non sono stati segnalati resti dello scafo.
La scoperta è avvenuta durante un’immersione di addestramento del Nucleo Carabinieri Subacquei di Genova, l’unità subacquea della polizia militare italiana. I sommozzatori hanno notato un’anfora intatta di tipo Dressel 1, un recipiente romano usato per trasportare vino, all’interno dell’Area Marina Protetta di Portofino, frequentata da molti sub. Hanno avvisato la Soprintendenza per la Liguria e, nelle immersioni successive, hanno lavorato con il Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea (S.T.A.S.).
La prima mappatura ha individuato nove anfore, disposte lungo le fessure della scogliera. I recipienti sono difficili da distinguere perché aderiscono alla roccia e sono coperti da uno spesso strato di concrezioni coralligene, una crosta dura e rosata formata soprattutto da alghe calcaree. Secondo il comunicato ufficiale, la squadra ha recuperato le due anfore più esposte, dato il passaggio frequente di sub sopra il sito.

Marcante (1914-1985) dirigeva il Centro Subacqueo Mediterraneo e una scuola di pesca subacquea a Genova. Nel 1958 aveva partecipato alla prima campagna sul relitto romano di Spargi, in Sardegna. Il 7 novembre 1959, durante un’immersione a circa 45 metri di profondità al largo di Punta Chiappa, vide due anfore incastrate tra le rocce, in mezzo a coralli pietrificati e alghe calcaree. Esplorando i dintorni, notò altri recipienti e, ai piedi della scogliera, quello che sembrava un cumulo coperto di sedimenti fangosi.
Lunedì 9 novembre la squadra tornò sul posto e recuperò due anfore intatte, temendo che potessero essere sottratte da saccheggiatori. Il giorno seguente Marcante segnalò il sito alla Soprintendenza e al centro di archeologia subacquea di Albenga. Le condizioni della stagione impedirono un sopralluogo immediato. In seguito Nino Lamboglia, direttore del centro di Albenga, scrisse che la profondità e la ripidità del fondale sconsigliavano anche di inviare la nave Daino, allora al suo primo anno di attività.

L’8 e il 9 maggio 1960 Gianni Roghi, collaboratore del centro di Albenga, tornò sul posto con Marcante e i Carabinieri. Il cumulo di fango era scomparso. La squadra trovò un’anfora legata con un filo sottile, pronta per essere portata via, e tre recipienti rotti ancora imprigionati nella crosta. Lamboglia (1912-1977), tra i fondatori dell’archeologia subacquea italiana, raccontò il caso a un congresso di archeologia subacquea a Barcellona nel settembre 1961. Scrisse che probabilmente il sito non era sfuggito ai saccheggiatori clandestini. Da allora nessuno era riuscito a ritrovarlo.
Simon Luca Trigona, responsabile dello S.T.A.S. Liguria, ha dichiarato che il sopralluogo e un primo esame delle anfore confermano che si tratta del sito descritto da Marcante. I recipienti formano un carico omogeneo di anfore da vino Dressel 1A, provenienti dalla costa tirrenica italiana. Questo tipo risale a un periodo compreso tra la fine del II secolo a.C. e il primo decennio del I secolo a.C.
Trigona ha collegato il carico agli anni successivi alla conquista romana della Gallia meridionale. In quel periodo Genova e gli altri porti liguri erano importanti per i commerci romani. Un altro relitto della stessa epoca fu trovato al largo di Pegli, nella parte occidentale di Genova, all’inizio degli anni Cinquanta, ma anche quel sito non è più stato localizzato. Altri carichi romani si sono conservati in contesti molto diversi: da una nave al largo di Adrasan, in Turchia, con i piatti ancora impilati, ai beni intatti recuperati nel lago di Neuchâtel.
La Soprintendenza ritiene necessari controlli regolari e regole specifiche per i sub. Il colonnello Samuele Sighinolfi, comandante del gruppo navale e subacqueo dei Carabinieri, ha dichiarato che il sito è sottoposto a sorveglianza costante. Il maggiore Alessandro Caprio, che dirige l’unità genovese del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, ha spiegato che i suoi uomini controllano aste, siti web e mercati illegali per contrastare i tombaroli del mare.
Le segnalazioni dei sub hanno contribuito a scoperte anche in altre zone d’Italia. Al largo della Sardegna, per esempio, un sub avvisò le autorità del ritrovamento di un tesoro di circa 50.000 monete romane. La frequentazione dei siti d’immersione comporta però anche rischi: uno studio condotto su oltre 700 sub ha rilevato che la maggior parte dei danni alle barriere coralline è accidentale.
Il soprintendente Vincenzo Tiné ha detto che il ritrovamento mostra quanto lavoro resti da fare «anche in aree che consideriamo ben studiate», visitate ogni anno da migliaia di sub. Giovanni Anelli, sindaco di Camogli, si augura che un giorno le anfore possano essere esposte. Guglielmo Caversazio, presidente dell’area marina protetta, si è offerto di contribuire alla tutela del sito.
Per ora sono state documentate soltanto le anfore: non sono stati segnalati resti lignei della nave e il comunicato non specifica quanti recipienti trasportasse l’imbarcazione. «È difficile immaginare le dimensioni della nave», ha detto Trigona, aggiungendo che solo indagini più approfondite, previste nel prossimo futuro, potranno verificare se ci siano altri resti. Non è noto neppure dove si trovino oggi le due anfore recuperate nel 1959, né che fine abbia fatto il cumulo ai piedi della scogliera.
Alessandra Cabella, storica dell’arte della squadra subacquea dello S.T.A.S. Liguria, ha riassunto la vicenda in tre parole: «Scoperto, perduto, ritrovato». I Carabinieri erano sul posto nel 1959 e sono tornati per la riscoperta. Le informazioni sono state fornite dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria.

Fonte: earth.com


