Un’importante scoperta scientifica potrebbe riscrivere la storia delle tecniche di imbalsamazione dell’antico Egitto. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Marburgo, in Germania, ha individuato tracce molecolari di aloe nei materiali utilizzati per conservare i corpi dei defunti. Lo studio, pubblicato sulla rivista PNAS, rappresenta la prima conferma chimica diretta dell’impiego di questa pianta nell’imbalsamazione egizia. Gli studiosi hanno analizzato 24 reperti provenienti da collezioni universitarie e museali, comprendenti resti umani, bende, residui di imbalsamazione e antichi preparati medicinali. Tra i campioni esaminati figurava un cranio datato all’VIII secolo a.C., risalente a circa 2.700 anni fa.
Le analisi hanno identificato composti riconducibili al genere Aloe in due reperti. Il risultato suggerisce che la pianta fosse utilizzata in particolari contesti storici o geografici, senza dimostrare che costituisse un ingrediente comune nelle pratiche funerarie. La ricerca offre anche nuovi elementi per comprendere l’impiego della cosiddetta Mumia vera aegyptiaca, una sostanza derivata da materiali mummificati e commercializzata in Europa come rimedio medicinale fino all’età moderna. Alcuni campioni hanno mostrato composti derivati da resine di conifere, mentre esperimenti cellulari hanno evidenziato una moderata protezione dai danni provocati dal virus influenzale. Tuttavia, non esistono prove che dimostrino un’efficacia terapeutica nell’uomo. Gli scienziati intendono ora esaminare altri reperti per identificare ulteriori ingredienti vegetali e ricostruire meglio le antiche conoscenze farmaceutiche


